Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Questo sito non usa cookie di profilazione. Puoi continuare a navigare in questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccare su “Accetto” permettendo il loro utilizzo.
Per ulteriori informazioni consulta la nostra privacy policy.

Articoli e interviste su sciamanesimo e tensegrità Articoli e interviste su sciamanesimo e tensegrità

L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia - Parte 9: Pitagora - di Luciano Silva

Pitagora: Il mistero dell'uomo

04/07/2022

Questo contributo, riveduto e corretto, è stato estratto da un libro che scrissi nel 1995 sugli esercizi spirituali degli antichi filosofi greci dal titolo “L’amore per la saggezza – Esempi di vita nella Grecia antica” dedicato ai principali filosofi dell’antica Grecia e alla loro spiritualità. Il libro non fu mai dato alle stampe nella sua versione completa ma alcuni estratti furono pubblicati in Italia negli anni 1996 e 1997 dalla rivista di studi tradizionali “Mos Maiorum”. Tutti i diritti sono riservati. Luciano Silva.

 

 

" C'era tra essi un uomo di straordinaria sapienza che possedeva ricchezza di ingegno e che quando tendeva la potenza del suo spirito distingueva facilmente ognuna delle cose che sono in dieci, venti vite umane "

Empedocle

(Testimonianza su Pitagora)

 

 

 

 

 

Nel V sec prima della nostra era, la strada di sabbia lungo il mare che collegava Sibari a Crotone era affollata da un gruppo di pescatori. Proprio nel momento in cui la nassa, ricolma di pesce, veniva lentamente tirata a riva, si avvicinò a loro uno straniero dalla grande statura, col volto bellissimo e dai lunghi capelli, che predisse loro la pesca che avrebbero fatto rivelando in anticipo il numero esatto di pesci contenuti nelle nasse. Affascinati dall'originalità di tale proponimento, i pescatori accettarono la sfida stabilendo che se egli avesse indovinato gli avrebbero concesso tutto quello che desiderava. Lo straniero si raccolse un istante, enunciò ad alta voce una cifra precisa e subito si diede inizio alla verifica della pesca. Accadde l'inverosimile. L'inventario minuzioso delle reti confermò il totale preannunciato dal misterioso personaggio e cosa ancor più straordinaria, nessun pesce per tutta la durata della conta morì. Lo straniero disse allora: “Avevate promesso, in caso di mia vittoria, di obbedire al mio ordine, quale esso fosse, e di accordarmi tutto quello che avrei potuto chiedervi. Ebbene, ecco ciò che vi chiedo: gettate subito tutti questi pesci in mare”. Sbigottiti i pescatori obbedirono riconsegnando i pesci lucenti al loro elemento. Lo straniero ripagò comunque ai pescatori il prezzo totale del loro bottino e si allontanò alla volta di Crotone. I pescatori vennero poi a sapere dai bambini, che avevano assistito alla scena, il nome del misterioso viaggiatore che corse presto di bocca in bocca, tanto che quando entrò in Crotone una folla immensa gli si accodò e lo accolse con entusiasmo e curiosità.

Il suo nome era Pitagora, vale a dire "Colui che è stato annunziato dalla Pizia". Anche nella vita di questo maestro si ritrova un responso dell'oracolo di Delfi, località raggiunta dal padre Mnesarco per motivi di commercio assieme alla moglie Partenide, per consultare l’oracolo per conoscere le sorti di un viaggio che avrebbero dovuto intraprendere in Siria. La Pizia così vaticinò: “Il viaggio sarà favorevole e conveniente. Inoltre, tua moglie Partenide darà alla luce un bambino meraviglioso per bellezza e sapienza, che colmerà di benefici il genere umano”. A seguito di questo messaggio oracolare Mnesarco chiamò la moglie "Pitide" ed il figlio Pitagora, ovvero colui preannunciato da Apollo Pitio. Le notizie riportateci sulla nascita, la fanciullezza e poi la vita di Pitagora sono ricolme di elementi caratteristici di quella specie di filosofi la cui esistenza si perde nel mito e nella leggenda. Orfeo, Pitagora, Empedocle sono ricordati come uomini dotati di genio, intelletti superiori chiamati anche uomini divini e quindi in grado di compiere prodigi o di essere artefici di eventi soprannaturali. Pitagora fornì ai suoi contemporanei numerose prove della sua chiaroveggenza. Si disse che abbia previsto un terremoto che avrebbe avuto origine da un pozzo nel quale si affacciò per bere (evento che si verificò di fatto tre giorni dopo); vedendo una nave che entrava in un porto, annunciò alla folla che gli chiedeva quale carico portasse: “E' un morto che essa vi sta portando”, e poco dopo la nave scaricò a riva un cadavere. Aveva doti di bilocazione ed ubiquità. Porfirio afferma che fu visto lo stesso giorno e nello stesso istante a Metaponto e a Tauromeio in Sicilia. Gli veniva attribuito il dono della psicometria: leggeva missive ancora chiuse. Aveva altresì un enorme potere sugli eventi atmosferici: fu visto far cessare una grandinata, metter fine ad una tempesta, calmare un fiume straripato.

Era in grado di capire il linguaggio degli animali e placare le fiere. Veniva salutato dai fiumi sul cui greto si tratteneva in meditazione. Aveva straordinarie doti di guaritore. I suoi metodi terapeutici andavano dalla guarigione a distanza tramite inni e preghiere, all'utilizzo della musica e di certi suoni a scopo curativo fino all'imposizione delle mani diretta sul corpo del malato nei casi più gravi. Fu, diremmo oggi, un vero sciamano dell’antichità. Curiosa è la leggenda riportata da Giamblico sull'incontro con Abari, un sacerdote Scita di Apollo Iperboreo, il quale non conoscendo ancora la natura di Pitagora, non appena entrò nella sua casa, lanciò un grido e si prosternò con la fronte a terra mormorando con rispetto: "Ma sei tu il dio che io servo!" e Pitagora per dare una ulteriore prova della sua reale identità, gli mostrò il suo ginocchio che si rivelò completamente d'oro, come la divina luce del Sole. Il maestro impose ad Abari il silenzio totale sulla sua natura, ma il popolo, mosso da una intuizione spontanea, continuò a chiamarlo "Apollo disceso in terra".

 

Vita di Pitagora e iniziazione alla scuola

Nato a Samo nel 582 A.C., già da giovane intraprende gli studi filosofici da Ferecide di Siro, suo primo maestro, che lo inizia alle tradizioni dell'orfismo relative alla immortalità dell'anima; fu allievo di Anassimandro di Mileto dal quale apprende i segreti dei numeri, fu anche allievo di Talete che subito restò meravigliato da ciò che scorgeva nel giovane Pitagora. Prima di approdare in Italia, Pitagora fu in India (molte sono le somiglianze tra la sua filosofia e quella indiana), si recò a Delo, dinanzi all'altare di Apollo Genitor, celebre perché vi erano proibiti i sacrifici cruenti; fu a Creta ove gli venne insegnata la catartica o scienza delle purificazioni; fu in Siria e poi in Egitto (come Talete, Licurgo, Platone e molti altri maestri dell'antichità) ove si fermò pare per circa venti anni apprendendo compiutamente tutto il sapere dei sacerdoti del posto e approfondendo l'astronomia, la numerologia, l'acustica, la geometria e le arti divinatorie. Tutte queste conoscenze caratterizzeranno poi la sua scuola, strumento indispensabile di diffusione della polyimathia; nel suo insegnamento risultano integrate tante componenti, apparentemente eterogenee ma complementari, dalla cultura alle arti, dalla scienza alla politica e alla vita filosofica.

Dagli akousmata (precetti pratici che impartivano disposizioni per il controllo di se stessi) ai segreti più occulti impartiti ai discepoli più avanzati, l'insegnamento pitagorico coinvolge differenti aspetti della conoscenza, secondo il sacro principio che tutto è collegato e che ogni manifestazione od effetto visibile e tangibile ha la sua causa su un piano più sottile, nel non manifestato. È così che lo stesso insegnamento, la stessa massima o lo stesso precetto possono essere letti su differenti livelli interpretativi, sul piano materiale, su quello etico oppure su un piano più profondo, esoterico, a seconda del grado di coscienza dell'adepto. La polyimathia non è un tratto esclusivo di Pitagora. Al suo tempo ci furono personalità straordinarie che sembravano appartenere ad un ambito diverso, più simili agli asceti ed ai santoni indiani meno inseriti nella società,  che manifestavano un bagaglio conoscitivo ed una conoscenza impressionante. Così era ad esempio lo scita Anacarsi: barba e capelli lunghi e scompigliati, aveva un carro su cui girava il mondo, insegnando i misteri della Dea Madre; così era Epimenide, uno dei sette sapienti, grande asceta, visse 57 anni in una grotta nutrendosi di poche erbe medicinali, di cui insegnava anche l'uso. Esperto nei riti di purificazione, fu chiamato in soccorso dagli ateniesi e liberò la città dalla pestilenza, così era Empedocle, poeta, veggente, maestro sciamano. Per lui e per i suoi allievi non esisteva contraddizione tra questi talenti e vocazioni: essi formavano una unità, erano manifestazioni di un unico principio. E' così che questa conoscenza ed esercizio globale della coscienza portò alla caratterizzazione di quella che venne chiamato il "Bios Pythagòreios", la vita pitagorica, un modus vivendi che tutti gli appartenenti alla scuola di Pitagora rispettavano attraverso un preciso orientamento della propria condotta quotidiana ed il rispetto delle regole imposte dai più anziani o dal maestro stesso.

Sin dal suo arrivo a Crotone, Pitagora comprese che era giunto il momento di iniziare la sua missione terrena. Le sue doti di eloquenza e capacità di persuasione portarono 600 persone, secondo Giamblico e Diogene Laerzio, dopo tre discorsi di Pitagora tenuti in pubblico, ad abbandonare i propri cari per andare a vivere in comunità sotto l'illuminata direzione del maestro. Anche per i Pitagora, la filosofia come esercizio della sapienza è l'unica cosa che rende l'uomo degno di vivere. Dice Pitagora:" Chi non è degno della filosofia mangi pure le fave", ovvero chi non avverte nella propria vita l'esigenza di intraprendere una scelta filosofica e di seguire quindi un cammino spirituale, mangi pure le fave (bandite dalla mensa dei pitagorici in quanto ritenute legate al mondo infero).

La selezione dei discepoli che manifestavano tale intenzione al maestro era però durissima. Pitagora osservava dapprima l'aspetto fisico del candidato e poi il suo comportamento indagando sul suo rapporto con i genitori, quando tacevano o parlavano a sproposito, quali desideri avevano, quali amici frequentavano, di che gioivano o si rattristavano. Proscriveva comunque senza appello i macellai, i gladiatori, i mercenari, i cacciatori, chiunque cioè facesse professione di versare il sangue non era accettato all’iniziazione. Poi imponeva ai suoi aspiranti cinque anni di silenzio, mettendo così alla prova la padronanza di sé e la loro perseveranza, sottoponendoli inoltre a dure prove atte a temprare il carattere ed insegnando loro la catartica o scienza delle purificazioni fisiche e spirituali. Questi discepoli a questo stadio erano chiamati Akousmatici. Dopo questo periodo di purificazione, i discepoli potevano parlare senza però poter mettere in discussione gli insegnamenti intrapresi, finché venivano iniziati alla scienza dei numeri. I pitagorici sapevano che a fondamento della realtà vi siano numeri sacri che simbolicamente la rappresentano e la spiegano. Solo a questo punto, i discepoli entravano a far parte dei Matematici e potevano godere della presenza di Pitagora.

A tutti venivano comunque impartite due discipline distinte: l'Echemythia, l'obbligo di mantenere il segreto sugli insegnamenti ricevuti e sul numero e sull'identità dei membri dell'Ordine; la seconda o Kathartysis, consisteva nel rispetto della sacra gerarchia, nel rispetto di una disciplina comune, liberamente e gioiosamente accettata nell'obbedienza più fervente. Accadeva che talvolta qualche membro si vedeva costretto ad uscire dalla comunità. Che lo facesse di propria iniziativa o a seguito di un provvedimento di espulsione, nei suoi confronti veniva presa una misura particolare che ha sempre meravigliato i profani: gli adepti, riuniti in una sala speciale, lo proclamavano morto e gli veniva eretto un cenotafio, proprio come se avesse perduto la vita veramente. In seguito, se qualcuno degli iniziati lo avesse incontrato per caso nelle vie della città, fingeva di non riconoscerlo più, rifiutava persino di rivolgergli la parola, si ignorava la sua esistenza fisica perché per loro era morto alla vita spirituale.

Per tutti coloro che componevano la sua scuola, la vita quotidiana era caratterizzata da attività comuni e veniva vissuta seguendo dei ritmi ben precisi. Al loro ingresso nella scuola affidavano tutti i loro beni agli Oikonomikoi, gli "Economici", i responsabili di tutti i beni materiali della comunità. Alzatisi molto presto prima dell'alba, i discepoli indossavano una veste bianca, prendevano la lira e si recavano incontro al Sole intonando canti sacri. Dopo un saluto al Sole, passeggiavano in luoghi in cui regnavano solitudine e tranquillità, credendo di non doversi trattenere con qualcuno prima di aver ben disposto la propria anima e messo in ordine il pensiero. Dopo tale occupazione si volgevano alla cura del fisico: si allenavano nella corsa, nella lotta e nel pugilato. A ciò seguivano lezioni all'aria aperta date da istruttori specializzati che li invitavano talvolta ad imprevisti esercizi di filosofia e di eloquenza. A mezzogiorno consumavano un pasto in comune, in silenzio, composto da pane e miele. Tutto il pomeriggio era consacrato allo studio individuale, a passeggiate a piccoli gruppi, a corsi durante i quali discutevano (tranne i novizi sempre costretti al silenzio) le materie esaminate la mattina. Dopo il passeggio ed essersi lavati andavano ad un banchetto comune che durava sino al tramonto del sole: mangiavano focacce, pane, verdura cotta o cruda senza aver prima compiuto diverse offerte agli dèi e recitato liturgie di fine giornata. Al banchetto seguiva la lettura di passi o di alcune sentenze da tenere presenti per la giornata successiva.

Il più anziano, ci dice Giamblico, dava i seguenti precetti: "Non danneggiare né distruggere la pianta coltivata e fruttifera, e così neppure l'animale che non è nocivo al genere umano. Nutrire inoltre pensieri buoni e pii sulla stirpe degli dei, dei dèmoni, degli eroi, e così pure sui genitori ed i benefattori. Venire in aiuto alla legge e combattere l'illegalità". Dopo queste parole si recavano ciascuno nelle proprie abitazioni, ove indossavano vesti bianche e immacolate, ad esclusione della lana (non usavano pelli di animali o prodotti animali). Anche i loro sandali non erano di cuoio ma di canna. Il rispetto degli animali, considerati legati all'uomo perché costituiti da una diversa mescolanza degli stessi elementi, si estendeva anche alla alimentazione. Ai discepoli più avanzati, o comunque dotati di maggior capacità contemplativa, proibiva assolutamente i cibi superflui e ingiustificati, raccomandando di non mangiare mai animali né di bere assolutamente vino, né mai immolare agli dei animali né di arrecare a questi il minimo danno e di rispettare col massimo scrupoli le norme della giustizia anche nei loro confronti. Respingeva in genere tutto ciò che nuoce alla purezza dell'anima in tutti i suoi aspetti nello stato comune di veglia così come nelle visioni durante il sonno. Agli altri, che non conducevano una vita perfettamente pura e filosofica, consentiva di mangiare alcuni animali, imponendo tuttavia periodi di astinenza. Agli stessi prescriveva comunque di non nutrirsi né di cuore né di cervello, sedi della vita e del pensiero. Altre prescrizioni coinvolgevano l'alimentazione (divieto di mangiare le fave, la malva, le uova) ma anche altri aspetti della vita, come il divieto di portare anelli, di generare nei templi, di uccidere animali nei templi, di cremare i cadaveri (non voleva che ciò che è mortale partecipasse di alcuna delle cose divine, come il fuoco (visione simile a quella degli zoroastriani) inumandoli ritualmente avvolti in veli bianchi guarniti di foglie di mirto, olivo e pioppo, di non accavallare la gamba sinistra sulla destra. Altre prescrizioni indicavano di libare a tavola a Zeus Salvatore, come autore del nutrimento, ad Eracle come la forza della natura, ai Dioscuri come l'armonia di tutte le cose; diceva di toccare la terra con un dito pensando alla generazione delle cose; due volte al giorno sottoporsi ad un esame di coscienza per fare "il punto" del proprio progresso spirituale raggiunto. Tipicamente questa ricapitolazione si svolgeva alla sera prima di coricarsi e la mattina all'alba.

 

Vita pitagorica

Gli storici della antichità ci hanno tramandato molte altre consuetudini od atti simbolici compiuti dai pitagorici quotidianamente dei quali ne riportiamo solo alcuni. Ogni simbolo poteva avere molteplici interpretazioni a seconda del livello di approfondimento verso il quale riusciva a spingersi l'adepto. L'esercizio della polyimathia consisteva anche nel fornire insegnamenti che potessero essere utili a diversi discepoli con un diverso grado di consapevolezza e di intendimento. Ad esempio, “Non attizzare il fuoco con un coltello” ( col significato di non rivolgere un arma contro un elemento sacro oppure - come riporta Diogene Laerzio – “non suscitare l'ira ed il tumido orgoglio dei potenti”); “Non mangiare il cuore” (non alimentarsi col cuore degli animali perché centro del loro essere oppure non consumare l'anima con affanni e dolori oppure mantenere il cuore libero e puro da contaminazioni "vampiriche" ) ecc.

La vita all' interno delle scuole era dunque sottoposta a regole e ritmata in ogni suo aspetto, esercizi appropriati mantenevano in salute il corpo, la dieta vegetariana e l'astinenza dal vino e dai cibi pesanti garantivano la purezza del pensiero. Il controllo di sé permetteva di evitare ogni forma di violenza, coltivando anzi l'amicizia e la fiducia reciproca; la musica era di grande aiuto per equilibrare gli stati d'animo e all' armonia interiore. Il silenzio rafforzava la capacità di mantenere il segreto sugli insegnamenti ricevuti e sulle esperienze spirituali che venivano comunicate e vissute. Man mano che l’allievo si mostrava degno, maturo o fidato gli venivano infatti trasmesse nuove tecniche di realizzazione spirituale.

Pitagora non scrisse nulla. La sua dottrina veniva data ai discepoli come un corpus al quale aderire con la volontà di interiorizzarne il contenuto. Al crescere del livello di consapevolezza dell'allievo, Pitagora aggiungeva via via delle pratiche sempre più articolate e complesse di purificazione. La malattia o l'incoscienza per i pitagorici, così come per altre scuole dell’antichità, era indice di uno squilibrio interno, perciò per Ippocrate e Platone, la salute dell'uomo può essere compromessa da una "presenza" o "forza particolare" esterna particolarmente ostile (che i greci chiamano daìmon, non nel senso di una categoria di esseri divini, intermediari tra gli uomini e gli dèi, ma di uno specifico effetto), per Pitagora il mantenimento della salute si fonda perciò sull'equilibrio delle potenze umorali essendo queste concepite come "mescolanze proporzionate della qualità". Da un certo livello di consapevolezza in avanti, Pitagora insegnava all'allievo, tramite specifici esercizi spirituali, come equilibrare tutte le potenze latenti ed occulte del proprio essere e la funzione particolare svolta da ogni sistema fisiologico che lo compone, dal sistema cardio-vascolare e respiratorio a quello neuro-vegetativo.

Per comprendere a fondo l'essenza del pitagorismo, dobbiamo allontanarci ora dagli schemi consueti seguiti negli studi su Pitagora per avvicinarci a quegli aspetti esoterici impliciti nelle intuizioni che i medici pitagorici ebbero sul corpo umano. Tra le conoscenze particolarmente ampie dei greci sulla fisiologia del corpo umano, quelle pitagoriche mostrano una completezza ed una profondità paragonabile a quelle espresse dal Corpus Hippocraticum. Lo stesso giuramento di Ippocrate fu sicuramente il frutto dell'influenza di un ambiente ad orientamento pitagorico. La filosofia intesa come terapia dell'anima presuppone una profonda conoscenza dell'essere umano in tutti gli aspetti che lo compongono; tutti i piani dell'essere sono collegati tra loro sì che ogni azione su di un piano può portare ripercussioni su altri; la comprensione della natura che ci circonda nei suoi elementi fondamentali porta necessariamente alla comprensione del microcosmo umano, composizione armonica degli stessi elementi, ed espressione del macrocosmo nel quale è inserito. E' inevitabile dunque che tali conoscenze abbiano portato Empedocle, Epimenide, Alcmeone, Proclo, Eraclito e ovviamente Pitagora ad essere non solo "semplici" guaritori di anime ma anche medici, purificatori, demiurghi che con la loro arte restauravano le perdute condizioni di equilibrio sacrale all'interno dell'essere umano. E' così che nel complesso di pratiche esercitate dai pitagorici hanno posto il digiuno, l'astinenza, l'utilizzo di piante medicinali e curative, la musica come composizione armonica di certi suoni, la balneoterapia, formule apotropaiche e catartiche e tutta una serie di altre arti aventi come ultimo ed unico scopo la guarigione dell'anima (e quindi del corpo). Veniamo quindi alle concezioni pitagoriche relative alla corporeità ed ai meccanismi fisiologici nonché al destino dell'anima umana.

 

Il corpo

Nel corpo umano venivano localizzati tre centri di particolare importanza: l'ombelico e il diaframma, il cuore ed il cervello. Il respiro era collocato nel diaframma, la circolazione sanguigna nel cuore, il pensiero nel cervello. Con ognuno di questi centri e con ciascuna di queste esperienze i pitagorici si esercitavano con una serie di esercizi spirituali che portavano gradatamente ad un ampliamento della coscienza sempre più vasto. Una delle testimonianze più interessanti dell'antico pitagorismo è l'epitome di Alessandro Polystore conservataci da Diogene Laerzio nella sua biografia pitagorica. L'epitome, trasmessaci da Alessandro vissuto a Roma nel I sec A.C. al tempo di Silla, presenta brevi riferimente al complesso speculativo pitagorico, come la numerologia, la divinità degli astri, i quattro elementi, ed informazioni preziose sulla conoscenza pitagorica dell'essere umano.

 

Il respiro

Nel cosmo che ci circonda vi è una forza che è materiale ma sottile, diversa dall'aria, detta etere, pneuma, spirito universale o soffio vitale, sostanza che impregna l'aria e tutte le cose che esistono. Respirando l'aria però respiriamo anche questo pneuma, questo spirito e lo portiamo dentro di noi. Esiste per i pitagorici una stretta relazione tra la nostra anima e questo pneuma o spirito. La nostra anima non è altro che la partecipazione a questo pneuma, è questo stesso spirito respirato. L'anima diventa perciò questo stesso soffio vitale che vivifica il corpo e si disperde, con la respirazione, nei vari organi vitali del nostro organismo. Questo soffio vitale è proprio il legame che unisce l'uomo al divino: lo spirito universale ci viene comunicato attraverso il respiro. Il respiro diventa dunque il veicolo principe per la crescita spirituale, il ponte necessario per comunicare con lo pneuma che permea tutta la realtà. È necessario però che il nostro respiro diventi consapevole di tutto ciò, altrimenti l'azione stessa del respirare si limita ad un fatto puramente meccanico e biologico. Questa concezione la si può trovare anche presso gli Indù o gli antichi iranici.

Nell'India classica il termine atman (l'anima quale Spirito Universale che si individua) aveva originariamente il significato di "soffio" e veniva messo in relazione col vento. Dice lo Shatapatha Brahmana (X,3,3,8): “Come il respiro è questo vento che soffia purificando..”, mentre l'anima liberatasi dai legami corporei è detta vàyubhuta (contessuta di vento), con un significativo accostamento alla relazione vento/respiro quali aspetti di un'unica condizione spirituale che si svela sul piano cosmico (vento) e in quello umano (respiro). L'anima ha dunque la stessa natura del "soffio cosmico" (Vayu, il dio del Vento) e nelle Upanishad si legge che “Vyana (= soffio vitale) è l'unione dell'inspirare e dell'espirare”. Si conosce poi infine l'importanza che dà al respiro, restando all'interno della tradizione indù, la scuola yogica classica con il Pranayama, un insieme misto ed eterogeneo di pratiche di controllo della respirazione e quindi del prana, del soffio vitale. Diverse lingue europee mostrano la relazione esistente tra questi concetti: anima è analogo ad "animus" (vento) e "spirito" rinvia allo spirare del vento così come spirare significa esalare l'ultimo respiro. In tedesco "atmen" (respirare) ci riporta all'analogo "atman" del sanscrito, che è sia il principio divino universale che la sua presenza nell'uomo. E se il vocabolo pnèuma, derivato da πνέω, "soffiare", "respirare", fornisce la radice anche per il fiato, il respiro (πνεύμων è il polmone), Omero accenna all'uscita dal corpo della psyche (anima) come "alito", "soffio", "respiro", e a volte, "principio vitale". Ci dice Anassimene: “Come la nostra psyche che è aria e ci governa, così il soffio  (= pneuma) e l'aria tengono insieme il cosmo”.

Esiste dunque nella visione pitagorica una forza, una energia, una quintessenza o pneuma presente nell'aria che possiamo assorbire attraverso la respirazione. Gli stoici, sviluppando in molti punti l'insegnamento dei pitagorici, ci dicono qualcosa in più sul respiro. Questo pneuma in realtà oltre ad essere aria è anche fuoco, non ha solo consistenza eterea. Il nostro spirito interiore è dunque il fuoco divino respirato. Questo spirito-fuoco ci infiamma, ci riscalda e brucia della sua stessa fiamma. Date queste premesse, può risultare chiaro quanto ci dice Empedocle in una sua testimonianza su Pitagora quando dice: “C'era tra essi un uomo [Pitagora] di straordinaria sapienza, che possedeva ricchezza di ingegno e che quando tendeva la potenza del suo spirito, distingueva facilmente ognuna delle cose che sono in dieci, venti vite umane”. L'espressione "tensione della potenza del suo spirito" poggia sul temine prapides il cui significato arcaico era diaframma, considerato a volte la sede dell'anima. La frase di Empedocle mette dunque in evidenza Pitagora che, tendendo la potenza del suo diaframma, ovvero facendo leva sull'organo fisico in questione attraverso il controllo dei ritmi del respiro, arrivava ad una sorta di abolizione del tempo, ad una specie di "risalita" verso uno stadio spirituale da cui era possibile la contemplazione "delle cose che sono in dieci, venti vite umane".

 

Il sangue

Nel processo di formazione dell'essere umano, l'anima viene dunque a trovarsi "dispersa" nei vari organi vitali e sensitivi, ma il suo supporto corporeo, ovvero, come ci dice Alcmeone, il veicolo di manifestazione del calore "pneumatico" che circola attraverso tutto il corpo e che a livello più basso determina le percezioni sensitive, è il sangue. Ci dice Alessandro Polystore: "L'anima si nutre del sangue".

Fin dal secolo V A.C. valeva tra i medici pitagorici la distinzione tra lo pneuma congenito o innato (lo strumento col quale l'anima dirige il corpo) ed il pneuma che è presente nell'aria che respiriamo. Quest'ultimo reintegra la nostra anima­ soffio dispersa negli organi vitali e nutrita dalla circolazione del sangue le permette di vivificare il corpo. I canali di questa vitalità sono, come di dice Alessandro, “.. i vincoli dell'anima, le vene, le arterie, i nervi” che costituiscono una specie di "rete" di circolazione del sangue caldo gestita da un organo centrale designato a sede dell'anima: il cuore. È qui che l'intuizione dei pitagorici raggiunge il vertice. Mentre il respiro, concentrato sul diaframma, è legato alla polarità fredda e a livello elementare all'energia vitale, nel cuore questa energia si esprime in legami affettivi e in atti di volontà. Uno stesso pneuma è in grado di qualificare il respiro e di farci amare ed orientare la nostra volontà verso il bene. Ecco che respirare, amare e volere hanno molto in comune, sono attività del corpo interessate, anche se a livelli diversi, dallo stesso pneuma divino. Conseguenza: non possiamo orientrare la nostra Volontà verso il bene se non siamo in grado di amare in senso profondo, non possiamo in realtà amare profondamente se non siamo in grado di respirare in maniera consapevole.

Le passioni in tutto questo meccanismo per i pitagorici sono le peggiori nemiche dell'anima per il motivo che tengono l'anima vincolata al flusso sanguigno. Questo l'anima può farlo solo se resta legata alle passioni; l'uomo liberatosi dalle passioni recupera l'anima a livello del cuore, la concentra in esso e la tiene li ferma, immobile. Questa operazione impedirebbe all'anima di "fissarsi" negli altri due centri del nostro corpo, nel cervello, dando luogo a pensieri astrusi o cervellotici, a manie o turbe psichiche, nelle parti basse (addome o nel sesso) dando origine a pulsioni sensuali violente od a precipitazioni esagerate sul piano generativo. Per evitare di disperdere lo spirito divino occorre concentrare la nostra anima nel cuore, opporci sia ai pensieri cervellotici (parte alta del corpo), sia all'emotività (parte bassa) a favore di atteggiamenti di amore sincero e disinteressato, di creatività, di orientamento dalla nostra volontà verso il bene. Ecco il perché dell'attenzione dei pitagorici per il controllo dei pensieri attraverso il raggiungimento di uno stato di silenzio, interiore ed esteriore; ecco il perché dell'attenzione per il controllo dei propri impulsi attraverso la continenza, la moderazione, la misura. E' solo ora che possiamo comprendere quanto ci dicono i medici pitagorici quando affermano: “Ferma la corrente del fiume e fai ascendere l'anima nelle regioni più alte”. Empedoele aggiunge un altro aspetto particolarmente interessante quando ci dice: “Nei flutti del sangue pulsante è nutrito, dove principalmente è ciò che gli uomini chiamano pensiero; per gli uomini infatti il sangue che circonda il cuore è pensiero”.

 

Il pensiero

Questo rapporto sangue/pensiero può sembrare strano ai nostri occhi ma nei sistemi filosofici arcaici il pensiero è ritenuto possedere un afflato "vitale" veicolato dal respiro e dal sangue. L'iniziazione pitagorica porta quindi a far passare l'anima dall'identificazione con le proprie sensazioni, in relazione al respiro, e dalla dispersione nel flusso sanguigno alla condizione in cui "si riposa concentrata". Attraverso il respiro, unito a livello cosmico al soffio vitale, a Vayu della tradizione indù come dio del vento ma anche come "psicopompo" che raduna le anime ed accompagna i morti (in Alessandro Polyistore troviamo la divinità corrispondente, Hermes, come ministro delle anime, guida che avvia le anime all'uscita dal corpo e che conduce le anime pure nelle regioni più alte), ed attraverso un distacco dalle passioni dell'anima e dal mondo del divenire, i pitagorici giungevano con l'esercizio del silenzio a raccogliere l'anima in sé stessa, sola, il più possibile sciolta dalle catene del corpo. Platone ci dice: “La purificazione consiste nel separare il più possibile l'anima dal corpo e nell'abituarla a raccogliersi e concentrarsi sola in se stessa, a prescindere da ogni parte del corpo, e a dimorare, per quanto è possibile, in presente e in futuro, sola in se stessa, quasi sciolta dalle catene del corpo” (Fedone, 67C, 5-6).

Le tecniche psico-fisiche utilizzate dai pitagorici tendevano a realizzare, attraverso il controllo del pensiero, l'affiorare di uno stato nel quale si percepiva il ricordo di sé stessi, la reminiscenza, la memoria. Tali esercizi spirituali miravano a tacitare non solo gli impulsi psichici che si attuano con la parola ma anche quelli che si attuano col pensiero fino al punto in cui il silenzio interiore diventava la manifestazione oggettiva di un raccoglimento interiore. È solo nel silenzio interiore che affiora la consapevolezza delle radici nel presente, che svanisce ogni illusione del divenire. Ecco che il substrato misterioso della dottrina pitagorica sull'anima poggiava su un articolato complesso di esercizi mnemonici la cui disciplina era volta a riscoprire contenuti atemporali della memoria. La memoria nei pitagorici è il simbolo divino dell'unità interiore favorita dalla concentrazione, è l'invocazione della dea Mnemosyne, la Memoria.

Una versione antica del mito riporta che questa dea aveva tre figlie: Melete, l'esercizio, la meditazione; Mneme, la memoria concepita come risveglio e unità interiore; Aoide, il canto ispirato, l'effetto conclusivo, la rivelazione. I pitagorici pensavano che ciascun essere umano avesse una propria nota interiore, un "accordo" particolare che ci mantiene in uno stato di armonia con noi stessi e con la realtà circostante. In stati particolarmente ampliati di coscienza è possibile sentirlo, talvolta gli dèi o gli spiriti che si nascondo dietro alle loro maschere e travestimenti, ci donano questo canto o una parola di potenza o un “mantra”, che al pronunciarlo o invocarlo ci permette di vedere la natura che ci circonda oltre il dominio delle forme con cui si manifesta.  Ma questo è udibile solo se si conquista anzitutto il silenzio interno. E' proprio tramite il silenzio che possiamo percepire, come ci ha insegnato Pitagora e con lui tanti maestri a seguire nella storia dell’umanità, la nostra nota interiore, accordarla con l'armonia esterna, con la nota cosmica dell'universo intero, oppure farla vibrare così da armonizzare tutte le funzioni corporee e sottili tra loro.

La filosofia pitagorica concepì la musica come elemento che, assieme alla matematica, coinvolge tutto l'Universo. C'è una musica in cui si esprime l'unicità di ognuno di noi. È una musica che pur non essendo mai due volte uguale conserva sempre quel timbro, quel carattere che le è proprio e che permette di identificarla come nostra quando nel silenzio emerge e prorompe nel nostro essere. Seguendo quell’accordo, o accordando il nostro strumento musicale da cui la parola stessa deriva (da latino cor, genit. cordis, cuore) con le note dell’universo, possiamo connetterci con il Tutto, con l’Uno, essere una cosa sola con tutto ciò che ci circonda.

Ciò che Pitagora e gli altri maestri dell’antichità ci hanno insegnato è che c’è una musica che non finisce mai e che risuona fuori e dentro di noi, è la musica con la quale esprimiamo il nostro essere nel mondo e ci permette di sintonizzarci con i poteri più nascosti dell’universo.

 

Luciano Silva

 

Bibliografia

  • Giamblico, "Vita Pitagorica", Laterza, 1973
  • Mallinger, "Pitagora e i Misteri", Atanor, 1987
  • Pitagora, "I Versi d'Oro", Atanor, 1991

 

NOTA:

L'indice completo dei vari capitoli, ciascuno dedicato agli esercizi spirituali e alla vita dei vari filosofi, lo trovi qui (con il link diretto al capitolo pubblicato nel presente sito). Tutti i diritti sono riservati.

  1. Parte 1: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: L'oracolo di Delfi 

  2. Parte 2: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: La Filosofia antica

  3. Parte 3: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Licurgo

  4. Parte 4: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Socrate

  5. Parte 5: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Epitteto

  6. Parte 6: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Diogene "il cane

  7. Parte 7: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Epicuro

  8. Parte 8: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Proclo

  9. Parte 9: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Pitagora

I contenuti pubblicati in questa pagina sono protetti dalla normativa vigente in materia di tutela del diritto d'autore, legge 633/1941 e successive modifiche ed integrazioni. È vietata per qualsiasi fine o utilizzo, la riproduzione integrale su internet e su qualsiasi altro supporto cartaceo e/o digitale senza la preventiva autorizzazione. Immagini, grafici e testi, in originale, riprodotti o tradotti, appartengono ai rispettivi proprietari.




Indietro

Corso di formazione biennale in Costellazioni Familiari Sciamaniche®

Corso di formazione biennale in Costellazioni Familiari Sciamaniche®

3^ Edizione - 29 Ottobre 2022 - Aprile 2024

9 moduli, un weekend ogni 2/3 mesi

Sede Induno Olona (Varese)

Chiusura iscrizioni: 30 Settembre 20.

Ultimi posti disponibili. 

Posti limitati

Per informazioni e iscrizioni

Social media

Seguici su Facebook  Seguici su Instagram  Seguici su YouTube

Iscriviti alla Newsletter

Iscrivendoti riceverai periodicamente, con cadenza mediamente quindicinale, la newsletter dell'Associazione Il Cerchio Sciamanico, con tutte le informazioni necessarie per tenerti sempre aggiornato su attività ed eventi in programma.

Iscriviti qui  >

L' Associazione è membro di:

The Foundation for Shamanic StudiesThe Society for Shamanic Practice

Il Cerchio Sciamanico

 

Associazione Culturale

Via Campagna 80/B

21056 Induno Olona (VA)

Contatti

 

Email: info@ilcerchiosciamanico.it

Tel: 338 183 89 83

Fax: 0332 204 364

Legal

 

P. Iva: 03109910129

Disclaimer

Privacy policy

Website Design