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L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia - Parte 7: Epicuro - di Luciano Silva

Epicuro e La ricerca della Felicità

01/07/2022

Questo contributo, riveduto e corretto, è stato estratto da un libro che scrissi nel 1995 sugli esercizi spirituali degli antichi filosofi greci dal titolo “L’amore per la saggezza – Esempi di vita nella Grecia antica” dedicato ai principali filosofi dell’antica Grecia e alla loro spiritualità. Il libro non fu mai dato alle stampe nella sua versione completa ma alcuni estratti furono pubblicati in Italia negli anni 1996 e 1997 dalla rivista di studi tradizionali “Mos Maiorum”. Tutti i diritti sono riservati. Luciano Silva.

L’uomo giusto è sereno, l’ingiusto pieno di turbamenti”

(Massime epicuree, 17)

 

“O tu, che in un buio si fitto una luce si chiara hai saputo per primo accendere, illuminando le gioie della vita! Te io seguo, onore del popol di Grecia, e nelle tue orme, sulla traccia del tuo percorso, colloco saldi i miei passi, non desideroso di concorrere con te, ma per desiderio che sento di imitarti. Come infatti potrebbe mettersi a gara una rondine contro i cigni, o come potrebbero capretti tremanti sulle gambe far qualcosa di simile, nella corsa, all'energia di un forte cavallo? Tu sei padre, o discopritor delle cose, tu ci fornisci insegnamenti come di padre, e dai tuoi scritti, o pieno di gloria, come le api nelle balze fiorite delibano tutti i nettari, così noi ugualmente ci nutriamo di auree parole, auree, degne per sempre di vita perenne. Non appena, infatti, la tua ragione inizia a proclamare la natura delle cose, come sorge dal tuo intelletto divino, spariscono i terrori dell'anima, le barriere del mondo si squarciano, nel vuoto totale vedo realizzarsi le cose. Appare la maestà degli dei, appaiono le loro sedi serene, che né scrollano i venti, né le nuvole con rovesci di pioggia bagnano, né la neve, indurita per ghiaccio pungente, candida cadendo mai tocca; ma sempre aria pulita senza nubi li copre, e sorride, di per tutto ripiena di luce; tutte le cose, poi, fornisce Natura, né cosa alcuna diminuisce mai, in tempo alcuno, la pace dell'anima. Ma al contrario né qui né altrove appaiono i templi dell'Acheronte, né terra è d'ostacolo che là sotto i piedi si veda tutto ciò che avviene, attraverso lo spazio. Per queste cose, come un piacere divino me prende, e brivido, poiché Natura per la tua forza così direttamente svelandosi si è manifestata in ogni suo aspetto”.

Così comincia, con questo Elogio ad Epicuro, il terzo libro del "De rerum natura" di Lucrezio. Così ci viene descritta la natura delle cose come appare a colui che della filosofia epicurea ne ha tratto il sommo frutto: la visione delle realtà più sottili, della grandiosa formazione e dissoluzione dell'universo nella infinità dello spazio, lo schiudersi all'interno della nostra coscienza di una nuova e rinnovata realtà agli occhi del corpo e dell'anima. È la "enarghes", l'evidenza dell'intuizione diretta della realtà che ci circonda. Epicuro, così come molti altri maestri della antichità, è stato oggetto della venerazione incondizionata da parte dei molti suoi discepoli, amici e filosofi (il suo fascino fu tale che anche i suoi familiari si fecero suoi discepoli), così come di accuse violente e di feroci calunnie da parte di molti suoi detrattori. Timone dice di lui: “L'ultimo e il più porco e cane dei fisici, venuto da Samo, maestrucolo di scuola, il più ignorante dei viventi”.

Epitteto lo chiama cinedòlogo, ovvero predicatore di sconcezze, e dedica contro di lui una diatriba intera. Avversari di ogni tempo lo hanno descritto come un ateo e miscredente, dedito a gozzoviglie e a festini notturni, a una vita licenziosa in compagnia delle numerose eteree presenti nella scuola. A tutto ciò contribuì anche il suo stato fisico piuttosto precario, soggetto a strane e continue malattie intestinali rimase per anni immobilizzato su una sedia ma sempre mostrando una pace interiore e una serenità inalterabili. È difficile capire che cosa abbia detto di tanto terribile da attirarsi tali calunnie nonostante la sua mitezza e la sua grande dolcezza di carattere. È certo comunque che anche lui non risparmiava di sicuro le critiche ai finti filosofi o a coloro che esageravano nei loro giudizi denigratori nei confronti della sua dottrina. Fu spietato anche con coloro che venivano definiti suoi maestri, come il democriteo Nausifane (lo chiamava imbroglione, ignorante, mollusco, sgualdrina) che lo iniziò all'atomismo; chiamava i discepoli di Platone in tono ironico "adulatori di Dioniso"; definì Aristotele "dissoluto", Protagora "facchino", Pirrone lo scettico "ignorante e incolto".

Vita di Epicuro

Quando morì Aristotele, Epicuro aveva circa 20 anni. La stagione d'oro della cultura greca stava per finire: iniziava quello che viene chiamato l'ellenismo, un periodo nel quale i greci vissero grazie al mito come modello ma anche chiave di accesso alla visione chiara della realtà originaria. Atene in quegli anni era un pullulare di filosofi, pensatori, capiscuola, intellettuali che cercavano la ragione delle cose e il senso della vita e si combattevano tra loro sulle divergenze e sulle sfumature tra le diverse dottrine, talvolta anche in tono aspramente polemico. Anche gli epicurei furono ovviamente oggetto di tali dispute. Diogene Laerzio, nella sua biografia, non dà credito però a tutti questi calunniatori riportandoci invece la figura di “.. un uomo di insuperabile bontà d'animo verso tutti, la patria, che lo onorò con statue di bronzo, gli amici, tanti per numero che non potrebbero commisurarsi a intere città, e tutti coloro che lo frequentavano restarono avvinti come al suono delle sirene”. Epicuro mostrò sempre una estrema gratitudine verso i genitori, verso i fratelli, mitezza verso i servi (il più famoso di essi, Mys, fece parte anche della sua scuola filosofica), in genere benevolenza verso tutti.

Nato a Samo nel 341 A.C. da un colono ateniese, ebbe come primo educatore il padre Neocle, maestro di scuola. Rimase a Samo presumibilmente fino alla età di 14 anni dove pare ricevette il suo primo insegnamento filosofico da un platonico piuttosto ignoto, Panfilo. A 19 anni, dopo aver fatto il servizio militare ad Atene, non poté più rientrare in patria per l'espulsione dei coloni da Samo. Iniziò quindi un periodo di esilio, povertà e ricerca. Si impose un regime frugalissimo, anche a causa della cattiva salute, e trascorse dodici anni di meditazione e di studio.

Nel 311 circa si spostò a Mitilene e successivamente a Lampsaco ove si raccolsero attorno a lui i primi seguaci (è appunto di Lampsaco Metrodoro, il discepoli prediletto, considerato da Epicuro il suo virtuale successore), finché alla età di 31 anni, sicuro di sé e della sua dottrina, si trasferì ad Atene, capitale del pensiero filosofico, ed aprì una scuola in una casa acquistata assieme ad un giardino, il “Kepos”, che divenne ben presto la meta sicura per tutti coloro che erano affetti da malattie dell'animo e dello spirito. E' così che da allora gli epicurei vennero chiamati "quelli del giardino".

Per Epicuro il fine supremo della filosofia è la guarigione dell'anima e l'esercizio della filosofia è una vera e propria terapia dell'anima. Egli stesso chiamava la via filosofica la "via della felicità" ed esortava chiunque, giovane o vecchio che fosse, ad intraprendere questa via. Così comincia la sua lettera a Meneceo :”Non induci il giovane a filosofare, né il vecchio se ne stanchi. Nessuno mai è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell'anima. Chi dice che l'età per filosofare non è ancora giunta o è trascorsa, è come se dicesse che non è ancora giunta o è già trascorsa l'età della felicità”.

Epicuro ha lasciato molti scritti, anche se a noi sono giunte solo tre lettere ed alcune sentenze, visto che era costretto, data la disputa filosofica in atto in quel tempo, a precisare continuamente il suo insegnamento ed a confutare i critici. Scriveva sempre in maniera semplice e chiara e faceva imparare a memoria i suoi scritti agli allievi così che fossero sempre presenti i principi basilari della dottrina. Non nutriva comunque grande fiducia verso i libri e gli studi, la scienza e tutto ciò che ha a che fare con la cultura. Diceva: “I tanti studi rendono vanitosi, fabbricanti di frasi vuote, ostentatori di quella cultura che appare tanto invidiabile alla folla” (S.V. XLV). E un passo di una lettera all'amico Pitocle: “Alzala tua vela, amico, e sfuggi ogni cultura, qualunque essa sia”. Una sentenza epicurea aggiunge, in maniera molto significativa: “Lasciamo pure agli altri la vanità di quegli studi che servono a procurarsi lodi e fare di dotto, quanto a noi la nostra sola occupazione deve essere la guarigione delle nostre anime” (S.V. LXIV).

Non si tratta di un rifiuto del sapere in quanto tale ma di tutto ciò che non si ponga come fine la liberazione dell'anima. Egli ripeteva spesso che neanche il pensiero più sofisticato o la più faticosa speculazione teorica servono a vivere senza turbamenti: il vero volto della realtà si può imprimere solo nella limpidezza di un'anima pacificata. Compito della filosofia è dunque la chiarificazione teorica della mente che possa preparare il campo al risveglio interiore derivante dalla evidenza immediata della realtà che ci circonda (la εναργεία ). Questa opera di chiarificazione conduce anzitutto allo studio della fisica, che Epicuro intende come una ripresa dell'atomismo di Democrito, e a rompere i legami con tutti i possibili sofismi retorici evitando le vuote chiacchiere e le inutili astrazioni.

 

Scritti lasciati da Epicuro

Come detto in precedenza, di Epicuro ci sono rimaste tre lettere nelle quali è raccolta per sommi capi tutta la filosofica epicurea.

La prima epistola, diretta a Erodoto, tratta della fisica: qui si discorre della teoria della natura e degli atomi; la seconda epistola è diretta a Pitocle, un giovane che frequentava la sua scuola, e tratta di meteorologia e di astronomia; la terza è diretta a Meneceo e raccoglie per sommi versi la sua etica, ovvero tratta di ciò che si deve scegliere e di ciò che si deve evitare.

La conoscenza scientifica della natura ha per Epicuro un senso e una validità solo se subordinata all'esigenza etica della pacificazione dell'anima, al fine del raggiungimento dell'imperturbabilità, della atarassia. Epicuro riprende cd accentua il concetto di filosofia come medicina dell'anima che era già stato di Socrate, Platone e che sarà poi di Crisippo. L'indagine della natura fisica delle cose tende anch'essa a questo primario obiettivo e l'invito di Epicuro è di esercitarsi di continuo in tale scienza soprattutto come mezzo per garantire la tranquillità della vita. Una sua massima ci dice: ”Se non ci turbasse la paura dei fenomeni celesti e quella della morte, ch'essa possa essere qualcosa che ci tocchi da vicino, e il non conoscere il confine dei piaceri e dei dolori, non avremmo bisogno della scienza della natura” (M.C. Xl).

Ma da che cosa, dunque, bisogna guarire per raggiungere la tranquillità dell'animo? Epicuro ci dice che due malattie in particolare affliggono l'animo umano: i desideri non necessari e i timori ingiustificati, temi comunque comuni anche ad altre scuole dell'antichità come quella platonica o la stoica, ma la scuola epicurea è inconfondibile, si distingue in alcuni tratti nettamente per l'approccio seguito e per i mezzi conseguiti per il raggiungimento della felicità. In Platone la disciplina del desiderio porta a cogliere sempre qualcosa di più alto e universale dietro ogni oggetto della nostra attrazione, fino a giungere al sommo bene e all'UNO che sta dietro i molteplici apparenti; questa via richiede una disciplina mentale ininterrotta ed è quindi adatta agli studiosi ed ai pensatori.

Lo stoicismo è invece più adatto alle persone di forte volontà, inclini alla azione. La lotta costante contro le passioni è indicata come strumento per raggiungere lo stato di quiete interiore. Il modello del filosofo è quindi Eracle, con le sue fatiche; la vittoria su ogni passione dà una forza che potrà essere utilizzata per puntare al controllo completo di ogni desiderio. Non a caso lo stoicismo affascina i romani e contribuisce a formare amministratori eccellenti e integerrimi.

L'epicureismo si rivolge invece a persone di fine sensibilità. Per loro la vita platonica sarebbe troppo complicata, dispersiva e interminabile mentre quella stoica porterebbe a farsi violenza (l'ascesi stoica e il presunto edonismo epicureo furono motivo di accese polemiche tra le due scuole). Erano attratti dall'epicureismo coloro che, trascinati dal fondatore della scuola, manifestavano una sensibilità viva unita ad un profondo senso della amicizia, una certa apertura verso il prossimo, un acceso sentimento religioso ed una sottile sensibilità per la natura circostante. La frequentazione del "giardino" di Epicuro portava gradatamente ad accrescere quella sensibilità riposta interiormente ma anche esteriormente l'animo umano si da condurre l'allievo al raggiungimento del sommo bene, il vivere felice, che per Epicuro consiste nel mantenimento stabile e duraturo del piacere. Una sensibilità più raffinata finisce per rendere ricettivi anche al mondo spirituale e genera un'esperienza di familiarità con lo stesso mondo degli dei, portando il discepolo alla loro visione diretta, fino alla "enargheia", la percezione evidente delle realtà più sottili.

Epicuro aveva la sensibilità e le doti di un vero maestro; scriveva alla madre di non dubitare della sua identità quando lui le appariva in sogno o in visione e diceva che non serva dimostrare l'esistenza degli dèi, perché tutti possono arrivare a percepirli. Esula dal contesto di questo scritto indagare sulla teoria della fisica epicurea circa la natura delle cose e degli atomi. Occorre piuttosto esaminare accuratamente, come Epicuro traccia, il cammino verso la liberazione dell'anima dal dolore tramite una serie di pratiche ed esercizi spirituali che conducono, solo in una seconda fase, anche alla comprensione del mondo fisico, comprensione che ha del resto anch'essa come obiettivo primario l'assenza di dolore e di perturbazioni nel corpo e nell'anima.

Partendo quindi dalla terapia di Epicuro esercitata sugli animi e sulle coscienze dei suoi discepoli, faremo dei riferimenti a supporto o comunque a conferma di quanto riportato, alla teoria del mondo fisico, peraltro di chiara provenienza democritea, a parte qualche differenza sulla natura e sul movimento degli atomi. L'infelicità dell'uomo deriva dal fatto che temiamo cose che non devono essere temute o che desideriamo cose non necessarie. In questo modo la vita si consuma nel turbamento di timori ingiustificati e di desideri insoddisfatti. Gli uomini si privano così di quello che è l'unico piacere autentico, il piacere di esistere.

 

Il Tetrafarmaco e il piacere catastematico

È così che la filosofia epicurea conduce al raggiungimento di questo piacere, "principio e fine del vivere felicemente" dice Epicuro in una sua lettera, alla identificazione del piacere con l'assenza di dolore, al ravvisare questa assenza di dolore soprattutto nella liberazione dell'anima dalle perturbazioni psichiche e dai timori. Questo è il motivo per il quale Epicuro lotterà nella sua indagine naturalistica contro la superstizione, contro il timore degli dei e del loro operato nel mondo affermando che gli dei non si interessano delle vicende umane e che la morte, essendo una disgregazione totale, non fa parte della vita; affermando che il fine secondo natura è il piacere dato dalle cose facili da procacciarsi e dal soddisfacimento dei soli desideri necessari; affermando che il male, con un atto di volontà, può essere vinto se evitiamo il decadimento della nostra ragione dalla sua naturale condizione di "apatheia" (impassibilità).

E' il famoso tetrafarmacon, il quadruplice rimedio, la medicina quadripartita dei dolori dell'anima, che così si riassume: “Gli dei non sono da temersi, la morte è senza rischio, il bene facile da procacciarsi, il male facile da sopportarsi”. Gli epicurei meditavano giorno e notte su questi quattro principi fondamentali della loro dottrina, formula valida per chiunque voglia porre i suoi sforzi nel raggiungimento di una vita felice. Epicuro riservava un certo tempo alla meditazione di questi quattro temi finché non vedeva che i discepoli acquistassero una nuova "luce", testimonianza del compimento di quella "serenità di spirito" e "assenza di turbamento" che la terapia portava a conquistare, per poi portare l'allievo all'indagine del mondo fisico attraverso l'immediatezza della sensazione.

Ciascuno di questi quattro rimedi conduce a risultati di notevole portata e coinvolge diversi piani dell'agire e del sentire umano ma prima di comprenderne le conseguenze, alla luce dell'insegnamento impartito da Epicuro, occorre pulire il campo da ogni tipo di fraintendimento circa la natura del piacere, compimento supremo per Epicuro della felicità dell'uomo. Il fine della filosofia per Epicuro è il raggiungimento della felicità ed il compimento supremo della felicità è il piacere.

Ma cos'è il piacere per Epicuro?

Epicuro identifica il piacere come uno stato di stabile e tranquilla sicurezza e di tranquillità costante: esso consiste in un certo atteggiamento di rimozione del dolore che può essere fisico o, soprattutto, assenza di turbamento psichico. Gli uomini invece tendono ad identificare il piacere con ciò che li eccita cercando quel qualcosa in più che li porti in uno stato di agitazione o di ebbrezza che essi identificano col piacere; così tra gli uomini l'inattività si identifica in genere col torpore, l'attività con la follia o con la agitazione. Si tratta di stati di desiderio, non di piacere, che non hanno nulla a che fare con la calma e la felicità. Il vero piacere invece è nella direzione opposta, contraddistinto da una assenza di qualcosa piuttosto che da una aggiunta, un obiettivo condiviso anche da altre scuole filosofiche, che la chiamano "aponìa" (assenza di sforzo), "adiaphorìa" (indifferenza), "apatheia" (assenza di pathos, impassibilità), "ataraxia" (assenza di turbamento). E' in quest'ottica che si inquadra la polemica sorta tra gli epicurei e i cirenaici circa il significato dato al piacere, catastematico per i primi (cioè un piacere statico, di stabile tranquillità), legato al movimento e alla fruizione per il secondi (come la gioia, l'allegrezza, piaceri che si avvertono nell'atto stesso del loro attuarsi), ma anche le frequenti accuse di edonismo, soprattutto da parte stoica, verso gli epicurei, i quali invece sostengono fermamente il primato dei piaceri dell'anima su quelli del corpo. Dice Epicuro in una sua massima: ”Se le cose che danno luogo ai piaceri propri dei dissoluti fossero anche tali da liberarci dai timori dell'animo circa i fenomeni celesti, la morte, il dolore, e ci insegnassero quale sia il limite dei desideri, non avremmo niente da rimproverare a quelli: essi sarebbero infatti ricolmi di ogni piacere e non avrebbero mai da soffrire fisicamente o da affliggersi, nel che consiste appunto il male” (M.C. X).

Del resto, la vita vissuta dagli epicurei fu molto semplice e modesta. Si accontentavano di pane e acqua, concedendosi talvolta una ciotola di vino di nessun pregio e di un pezzo di formaggio, quando volevano festeggiare. Epicuro dice esplicitamente nella sua lettera a Meneceo: “Quando dunque noi diciamo che il piacere è il compimento supremo della felicità, non intendiamo riferirci alla voluttà dei dissoluti ed ai godimenti sensuali, come pur vogliono alcuni per ignoranza o dissenso o fraintendimento, intendiamo bensì l'assenza di sofferenza fisica e imperturbata tranquillità dell'anima”, e aggiunge: “Principio di tutte queste cose e il più grande bene è la Prudenza “. Ci dice Diogene Laerzio: “Gli epicurei sostengono che l'unione carnale non giova mai e che bisogna essere contenti se non arreca anche danno”.

Epicuro dice inoltre che il piacere è inseparabile dalla virtù: tutte le altre cose se ne possono separare, come, per esempio, i cibi. I cibi frugali danno lo stesso piacere di quelli sontuosi una volta che si sia eliminato il dolore che deriva dal bisogno. “Una focaccia e un sorso d'acqua danno il più altro piacere a chi li gusti avendone realmente bisogno. L'abituarsi ad un cibo semplice e non sontuoso da un lato da salute, dall'altro rende l'uomo solerte nelle occupazioni necessarie della vita”.

Epicuro accetta lo schema platonico circa la quadripartizione delle virtù in giustizia, sapienza, fortezza o valore, temperanza, ma solo in quanto ciascuna di esse concorre, secondo una sua azione specifica, al raggiungimento del piacere catastematico. Quindi la felicità è il piacere e questo tutt'uno con la virtù. Perciò, dice Epicuro: ”Non è possibile vivere felicemente senza anche vivere saggiamente, bene e giustamente”. E' proprio per mezzo del concetto di virtù che la figura del saggio si avvicina talmente alla natura degli dèi da confondersi con essa. La similitudine divina è però accessibile solo se l'uomo rimuove il timore infondato che ha nei confronti degli dèi.

E' il primo rimedio del tetrafarmaco. Non bisogna temere gli dèi perché essi sono esenti da passioni e quindi non può venire da loro alcun male agli uomini. Epicuro ritiene che la nozione di felicità e quindi di assenza di perturbazione e passione sia congiunta per assoluta necessità ad una corretta nozione del divino. La religione, sempre più vissuta come pratica per propiziarsi dei favori divini, scadeva sempre più nella superstizione. Era quindi diffuso il timore continuo di offendere, anche involontariamente, la divinità, trascurando prescrizioni e forme rituali, in ogni evento si tendeva a cogliere un presagio di fortuna o di sventura, generando così un timore continuo della punizione divina. Epicuro stesso, da ragazzo, pare accompagnasse la madre di casa in casa a recitare scongiuri e soffriva molto per gli scrupoli, le manie e i timori ossessivi manifestati dalla gente in quelle occasioni. Si spiega così la sua cura nel liberare l'uomo dalla tendenza a proiettare sugli dèi le miserie umane: è assurdo pensare che essi si arrabbino e poi si calmino, che possano avere simpatie o antipatie, gelosie o invidie, come è assurdo pensare che godano del male degli uomini. Tutte queste idee sono frutto dei nostri pensieri erronei.

Per Epicuro l'uomo deve rivolgersi agli dèi come ad esseri umani grandi e perfetti, abitanti negli spazi con tutte le perfezioni umane ed loro sommo grado. Gli dei sono dei modelli di perfezione, non trascendenti ed irraggiungibili, ma allo stesso ordine al quale appartiene l'uomo. Epicuro supera il concetto platonico di “assimilazione a Dio, per quanto all'uomo è possibile” in nome di una più radicale e sostanziale unità tra uomo e divinità. L' uomo sapiente è Zeus stesso in terra, è un dio fra gli altri uomini. In una massima capitale ci dice: ”Ci grida la carne: non aver fame, non aver sete, non aver freddo. Chi ottenga questo e possa sperare di un continuare a ottenerlo, potrebbe gareggiare con lo stesso Zeus”. Questa comunione ontologica tra la natura umana e quella divina trova una corrispettiva spiegazione sulla comune composizione fisica di tutti gli esseri viventi.

 

La Natura secondo Epicuro e l’attenzione alle sensazioni

Gli dèi, per Epicuro sono esseri viventi che, come ogni altro essere corporeo, sono composti da atomi riproducenti forma e funzioni umani, psichiche e forse anche fisiche. La natura dei loro atomi però è estremamente sottile e vivendo essi negli spazi vuoti tra mondo e mondo come grandi e tenui figure si presentano a noi grazie ai lori simulacri che, anziché incidere sull'organo sensorio come gli altri provenienti da comuni corpi fisici, data la loro sottigliezza vanno ad imprimere direttamente la sostanza psichica della nostra mente. È così che noi possiamo vedere gli dei, per visione mentale diretta. Oltre a ciò, Epicuro ritiene che vi sono altre modalità di conoscenza del divino; attraverso i sogni o le visioni si possono rivelare direttamente ai sensi realtà lontane non immediatamente possibili ad attingersi.

Come gli dèi, anche l'anima è formata di atomi composti da aria, vento, fuoco e da un altro elemento ancor più leggero ed inafferrabile, senza nome, tale da non aver alcun possibile riscontro tra gli elementi fisici. Queste particelle restano assieme finché rimangono contenute entro il nostro composto corporeo che le impedisce di disperdersi, come in un recipiente che, al dissolversi di esso, anch'esse si dissolvono e non sussistono più. Arriviamo quindi in parte a comprendere l'etica epicurea della liberazione dal timore della morte, il secondo rimedio del tetrafarmaco. Per Epicuro vi è la certezza che la morte è, in quanto dispersione degli atomi dell'animo e sua disgregazione, anche distruzione di ogni possibilità di sentire e quindi diviene garanzia fondamentale di immunità da perturbazioni. Chi si convince che la morte da semplice cessazione dell’attività fisica è anche fine di sensibilità psichica, data la strettissima connessione naturale che vi è tra queste, ha eliminato da sé la perturbazione fondamentale che affligge l'uomo, quella che lo distingue dalla divinità beata che è per sua natura immune dal timore della morte. Dice Epicuro nella epistola a Meneceo:<< Abituati a pensare che la morte non è nulla per noi, perché ogni bene e ogni male risiede nella facoltà di sentire, di cui la morte è appunto privazione”. La morte dunque come cessazione di ogni sensazione.

Per Epicuro lo strumento primario di conoscenza, il criterio fondamentale sul quale fondare il nostro giudizio è la sensazione. Quest'ultima viene individuata come la vera fonte della conoscenza; il pensiero, la ragione possono vagliare e verificare, ma devono poi sempre basarsi sulla sensazione. L'atteggiamento critico non può essere esteso alle sensazioni, altrimenti si finisce per dubitare di tutto. Anche se a volte sembra che la sensazione ci inganni, l'errore deriva sempre dal modo in cui i nostri pensieri, preconcetti e schemi mentali, interferiscono con essa: la sensazione diventa quindi tanto più degna di fiducia quanto più si riesce a togliere da essa il filtro prodotto dalle attività mentali. Non per questo la ragione viene disautorata: essa mantiene il compito di vagliare le sensazioni, per non confondere ciò che è frutto di emotività e fantasia dalla vera intuizione e per non navigare quindi nella ambiguità. La pace della coscienza giunge qualora l'evidenza sensibile non viene più intaccata dai ragionamenti. Per conseguenza bisogna quindi rinunciare ai propri pensieri per potersi poi abbandonare alle sensazioni: così si ottiene anche la felicità perché ogni sensazione ha in sé il proprio piacere.

I sensi, dunque, ci danno sempre la verità e solo l'opinione accettata acriticamente dalla nostra mente prima che i sensi portino ad essa conferma o attestazione contraria è la sede dell'errore. Libertini e crapuloni potrebbero essere tentati di sentirsi ottimi epicurei (spesso sono considerati tali). Epicuro invece non li ammetteva neanche alle riunioni. Vi è una certa differenza tra l'abbandonarsi alle sensazioni e il soddisfare i propri desideri! Epicuro concede pochissimo alle soddisfazioni dei sensi: per lui bastava saper accettare i propri limiti e seguire la natura, che provvede all'utile di tutti.

 

I desideri necessari e cogliere l’attimo

Il terzo rimedio del tetrafarmaco è proprio l'acquisizione della consapevolezza che la natura provvede a fornirci delle cose necessarie alla vita. Si impara così ad abbandonare il superfluo, a disporre dell'essenziale, a soddisfare solo i desideri naturali e necessari. Anche gli epicurei considerano un gran bene l'autosufficienza. Dice Epicuro: “dobbiamo saperci contentare del poco, schiettamente convinti come siamo che quelli che con maggior diletto godono dell'abbondanza sono proprio quelli che di essa hanno maggior bisogno e che tutto ciò che secondo natura è facile da procacciarsi, ciò che è vano è difficile da ottenersi” (Men. 130).

Epicuro distingue i desideri in naturali e necessari, naturali ma non necessari, né naturali né necessari, considerando pienamente legittimi i primi, rinunciabili i secondi, da evitarsi gli ultimi. Per necessari e naturali Epicuro considerava quei piaceri che portano alla soppressione del dolore e conservano la vita, per esempio bere quando si ha sete; naturali e non necessari quelli che rendono vario il piacere senza però comportare le cessazioni di una sofferenza, per esempio il desiderio di cibi opulenti; non naturali né necessari quelli vani e vuoti, es. la ricchezza, l'opulenza, gli onori.

Quindi l'essere secondo natura distingue i desideri legittimi dagli altri. Per Epicuro l'espressione "secondo natura" coincide con ciò che è conforme agli dèi, nature umane potenziate nella loro perfezione. Essi amano gli uomini saggi e sono loro amici perché hanno le stesse virtù degli uomini saggi e sono percepibili ed in qualche modo visibili all'occhio dell'anima così da poterci permettere di seguirne ed imitarne l'esempio. Dice Epicuro sui desideri: ”Una sicura conoscenza di essi sa rapportare ogni atto di scelta o di rifiuto al fine della salute del corpo e della tranquillità dell'anima, dal momento che questo è il fine della vita beata; è in vista di ciò che compiamo le nostre azioni, alle scopo di sopprimere sofferenze e perturbazioni”. Anche la sofferenza che deriva dal dolore è facilmente sopportabile. Epicuro sostiene che se il dolore è intenso ha breve durata e che le lunghe malattie poi arrecano alla carne più piacere che dolore; se il dolore è acutissimo conduce presto alla morte, quindi alla assenza completa di dolore e sofferenza. Questi concetti Epicuro non solo li pensava: in lui erano visibilmente e costantemente presenti ed messi in atto. Così Epicuro poteva scrivere ad un amico, sentendo vicina la morte: ”Noi lasciamo senza rimpianti e senza rimorsi solo le cose che ci sono pienamente riuscite. Sto vivendo il più bel giorno della mia vita, l'ultimo”.

Anche gli epicurei, così come gli stoici, meditavano giorno e notte sui concetti fondamentali della dottrina ma anziché mantenere una tensione costante, una attenzione continua (prosochè) sulla propria coscienza esercitavano invece la distensione attraverso il ricordo dei piaceri passati, e, soprattutto, attraverso il piacere dell'attimo presente. Anziché prefigurarsi i mali in anticipo (la premeditatio malorum degli stoici), prospettiva del tutto estranea ad un sentire epicureo, essi godevano del piacere del presente poiché solo l'attenzione all'attimo presente conduce l'anima ad una sincera impassibilità. Il ricordo del passato, dei precipitati del nostro vissuto trascorso e l'ansia o l'inquietudine per il futuro conducono l'animo al turbamento. Una sentenza epicurea dice che i residui del passato e la preoccupazione del futuro ci nascondono il sommo piacere, quello di esistere. Famoso il verso di Orazio:<< Carpe diem, quam minimum credula postero!”, ovvero mentre noi parliamo, è fuggito il tempo invidioso: cogli l'oggi, senza alcuna fiducia nel futuro!” (Orazio, Odi, I, II, 7).

Pratica epicurea era anche la contemplazione del mondo fisico ritenendo che la contemplazione della natura e del cosmo provocano un cambiamento radicale nella maniera di vedere le cose ed un piacere spirituale unico. Infine, proprio degli epicurei è il piacere derivante dall'amicizia. L'amicizia epicurea comprende la pratica di alcuni esercizi da compiere all'interno della comunità, in una atmosfera piacevole e distesa, nella quale l'aiuto reciproco, di carattere morale ma anche materiale (es: autotassazione per il mantenimento della scuola) si basava su una concezione attiva e militante di reciproca solidarietà.

Epicuro però non riteneva che si dovessero mettere in comune i beni (come Pitagora) perché diceva che tale comportamento è proprio di chi diffida, e tra chi diffida non può esserci amicizia. La vita nel Kepos (il giardino) offriva alla società il modello di quello che dovrebbero essere i rapporti umani basati sulla concordia, il mutuo aiuto e sostegno, una imperturbata serenità senza per questo, a differenza delle scuole-comunità fondate da Platone, avere propaggini di attività nella vita della società politica. Per Epicuro la politica è fonte di turbamento e quindi invita coloro che intraprendono una scelta filosofica ad astenersene.

La scuola compì ciò che la società politica fu incapace di fare: il "corpus" dei filosofi riuniti nella scuola divenne un modello di comunità, una società riuscita, perché fondata sulla chiara conoscenza della natura delle cose e unita da vincoli di quella vera e costante amicizia che è possibile solo in quell'ambito ristretto. Dei vari gradi di iniziazione vigenti all'interno della scuola se ne sa poco anche se dagli scritti di Epicuro emergono differenze di livello che portano a pensare ad un iter naturalmente gerarchizzato a seconda della consapevolezza raggiunta dall'allievo lungo la strada tracciata dal maestro. La sua scuola comprendeva anche coppie coniugate o legate da libera unione perché Epicuro non vietava in assoluto al filosofo di sposarsi, pur ritenendo in linea di massima preferibile l'astenersene.

Nonostante l'apertura a tutti, donne e schiavi (categorie per lo più misconosciute e reiette) la scuola epicurea manteneva un carattere intrinsecamente aristocratico. L'ideale di Epicuro è per pochi capaci di attuarlo, è un ideale di vita arduo e difficile, richiede un superiore distacco dalle cose e dalle circostanze, un superiore ripudio del volgo e delle sue passioni. Un'aristocrazia che trascende il piano politico e sociale, siamo in presenza di una aristocrazia dello spirito. Nel giardino, l'amicizia epicurea comprendeva anche la confessione pubblica delle proprie colpe, la correzione fraterna dei propri errori legati all'esame di coscienza. Per gli epicurei, l'amicizia stessa era concepita come un esercizio spirituale nella quale ciascuno doveva tendere a creare l'atmosfera che permetteva l'espandersi dei loro cuori. Si trattava innanzitutto si essere felici, e l'affetto reciproco, la fiducia con cui ci si aiutava l'uno con l'altro, contribuivano più di ogni altra cosa alla felicità.

Epicuro mori dopo 14 giorni di atroci sofferenze. Ermippo racconta, - come ci tramanda Diogene Laerzio - che entrando in un bacino di bronzo pieno di acqua calda chiese del vino puro e lo sorbì avidamente; raccomandò agli amici di ricordarsi delle sue dottrine, e spirò.

Nel Kepos la figura di Epicuro restò quella di un salvatore venuto a dissipare le nebbie delle superstizioni perturbatrici, a liberare gli uomini dal dolore. Così essa più tardi apparirà a Lucrezio. Cicerone scrive che la vita di Epicuro, paragonata a quella degli altri filosofi, potrebbe sembrare una leggenda degna di un dio; tale essa rimase nel ricordo degli amici e dei discepoli. Incisa sugli anelli o dipinta su tavolette, la sua immagine fu venerata come quella di un protettore, al pari degli dei immortali.

La scuola di Epicuro, a differenza di altre scuole, durò per ben cinque secoli dopo la morte del maestro.

 

Luciano Silva

 

Bibliografia

  • Epicuro, "Opere", Utet 1974
  • Lucrezio, "La Natura delle Cose - De rerum natura", Oscar Mondadori, 1992

 

NOTA:

L'indice completo dei vari capitoli, ciascuno dedicato agli esercizi spirituali e alla vita dei vari filosofi, lo trovi qui (con il link diretto al capitolo pubblicato nel presente sito). Tutti i diritti sono riservati.

  1. Parte 1: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: L'oracolo di Delfi 

  2. Parte 2: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: La Filosofia antica

  3. Parte 3: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Licurgo

  4. Parte 4: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Socrate

  5. Parte 5: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Epitteto

  6. Parte 6: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Diogene "il cane

  7. Parte 7: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Epicuro

  8. Parte 8: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Proclo

  9. Parte 9: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Pitagora

 

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