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L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia - Parte 4: Socrate - di Luciano Silva

Socrate – La liberazione dal falso sapere

30/06/2022

Questo contributo, riveduto e corretto, è stato estratto da un libro che scrissi nel 1995 sugli esercizi spirituali degli antichi filosofi greci dal titolo “L’amore per la saggezza – Esempi di vita nella Grecia antica” dedicato ai principali filosofi dell’antica Grecia e alla loro spiritualità. Il libro non fu mai dato alle stampe nella sua versione completa ma alcuni estratti furono pubblicati in Italia negli anni 1996 e 1997 dalla rivista di studi tradizionali “Mos Maiorum”. Tutti i diritti sono riservati. Luciano Silva.

Jacques-Louis David, La morte di Socrate, 1787, olio su tela, 129,5 x 196,2 cm. New York, Metropolitan Museum of Art

 

"Non so che una cosa: che non so nulla"

(Platone, Teeteto, 150a)

 

Tra il 500 ed il 428 A.C. il governo della città di Atene era conteso dal partito di Pericle e da quello di Tucidide. Un giorno Pericle si vide portare, dal suo podere, una testa di montone unicorno. Alla vista della anomalia l'indovino Lampone, presente in quel momento, predisse che Atene sarebbe stata governata da un uomo solo e precisamente dal proprietario del terreno in cui era avvenuto il prodigio. All'evento però era presente anche Anassagora, filosofo famoso per la profondità delle sue conoscenze nel campo delle scienze naturali. Fece spaccare la testa del montone in due scoprendo e mostrando come il cervello fosse malformato e come la cavità che lo conteneva si restringesse dove iniziava la radice del corno. L'anomalia trovava così una spiegazione scientifica senza la necessità di vederci un segno prodigioso; tutti ammirarono la sicurezza di Anassagora. Poco tempo dopo però Tucidide cadde e Pericle rimase solo alla guida di Atene, confermando la predizione di Lampone. Plutarco, commentando l'episodio, osserva che nulla impediva di dare ragione ad Anassagora quanto all'indovino; l'errore di chi si accontentava della spiegazione di Anassagora stava nel credere che la ricostruzione di un fenomeno ci alleggerisce del compito di capirne il significato. Così quando un navigante vede un faro acceso e pensa: "mi segnala che ci sono degli scogli" non gli si può andare a dire: "Guarda che lassù è stato acceso un fuoco, e solo per questo che c'è una luce".

Ci dice Platone tra le righe, che esistono quindi due distinti livelli di sapere. Il primo spiega le cose usando la ragione, la seconda legge i segni e le coincidenze per spiegare le cose. Il primo livello è il piano razionale, basato sui sensi e normalmente appreso dai libri; il secondo livello non contraddice il primo ma gli è superiore, anzi è l'unico ad essere propriamente vero. Il filosofo è tale solo se arriva ad esercitare la conoscenza a questo livello. Dice Platone nel Fedro:" Chi non possiede cose di maggior valore rispetto a quelle che ha composto o scritto, può essere chiamato compositore di discorsi, non filosofo". Nella lettera VII precisa che la conoscenza di queste "cose di maggior valore" non si apprendono dai libri, ma dalle poche indicazioni fornibili da un maestro unite ad una lunga pratica di vita, finché improvvisamente si trasmette al discepolo una scintilla che divampa nell'animo come una fiamma, alimentandosi poi da sé stessa. Solo chi ha questo sapere che trascende gli scritti può chiamarsi "non sapiente’, ché tale nome conviene solo a un dio, ma chiamarlo filosofo, ossia amante della sapienza, o con qualche altro nome di questo tipo, gli si adatterebbe meglio e sarebbe più adeguato". Platone, nella VII lettera, il suo grande testamento spirituale, è categorico. Egli scrive: “E' un fatto, questi sono argomenti che in nessun modo si possono comunicare e dire come le altre dottrine; perciò, tutti quelli che affermano di sapere queste cose sia per averle udite da me, sia per averle udite da altri, sia per averle scoperte da soli, ebbene non è possibile, a mio parere, che costoro abbiano capito alcunché di questo oggetto. Su queste cose non c'è un mio scritto né ci sarà mai”.

Il sapere degli uomini non può essere acquisito dunque tramite i libri ma solo attraverso un insegnamento diretto unito ad una costante esperienza di vita. L'accesso al sapere richiede però una vera e propria con-versione, un radicale cambiamento della propria visuale tendente al superamento delle illusioni e delle ombre create dal falso sapere. Il mito della caverna, nella "Repubblica", fornisce un utile immagine.

 

Il mito della Caverna di Platone

In una grotta sotterranea alcuni uomini sono incatenati, con il volto verso il fondo, a tal punto da impedire loro anche solo di voltarsi. Alle loro spalle brucia un fuoco e su un muricciolo tra il fuoco e i prigionieri vengono mossi dei burattini, perciò, solo i riflessi delle fiamme e le ombre dei burattini possono essere visti sul fondo della caverna. "Non credi", chiede Platone, "che tali prigionieri, abituati fin dalla nascita a non vedere altro che ombre, chiamerebbero reali tali visioni? E se poi la caverna avesse un'eco non prenderebbero inevitabilmente le voci di chi passa alle loro spalle per quelle delle ombre?". Così è lo stato mentale ordinario. Tutto il nostro sapere deriva dall'equivoco di considerare vere delle semplici ombre di cose artificiali, prive di vita propria. La loro voce è in realtà l'eco di qualcosa di diverso e più nascosto. I beni che possediamo, il prestigio a cui aspiriamo, la posizione sociale, i vincoli delle istituzioni, hanno il potere di determinare le nostre azioni; eppure essi operano in noi come forme mentali, diremmo oggi “forme pensiero”, la cui consistenza non è superiore a quella delle ombre sulla parete della caverna. Ecco che Platone ci dice che nel caso qualcuno venga sciolto dalle catene (pare proprio che sia impossibile sciogliersi da soli, salvo casi eccezionali) i suoi occhi sarebbero abbagliati dalla luce del fuoco e il suo corpo anchilosato sarebbe stordito dal dolore. Gli oggetti che prima producevano le ombre si rivelerebbero artificiali e ci si renderebbe conto che qualcuno li muoveva. Se poi avesse il coraggio di uscire dalla caverna, all'aperto, il prigioniero liberato sarebbe dolorosamente accecato ancora una volta dalla luce abbagliante del sole e il ricordo della sua condizione precedente lo porterebbe a pensare: ”... agli onori ed agli elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai premi riservati a chi fosse più acuto nell'osservare gli oggetti che passavano e a chi rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi ed insieme indovinandone perciò il successivo, credi che li ammirerebbe o che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza?”. Chiaramente preferirebbe sopportare qualsiasi cosa piuttosto che tornare ad un tale stato. Eppure, dice Platone, il suo compito è proprio quello di aiutare gli altri prigionieri a vedere la luce visto che non è lui l'artefice della propria liberazione.

Chi sceglie di intraprendere una scelta filosofica deve dunque compiere un percorso analogo a quello dei prigionieri del mito della caverna. La vita filosofica comincia solo dopo il distacco dal mondo delle ombre. Ma che cosa vede il filosofo quando si è distolto dalle ombre, cioè da ciò che ci fanno percepire i sensi? Nei suoi dialoghi Platone ci presenta più volte la ricerca filosofica come avvicinamento al divino e assimilazione agli dei. Ma nel Simposio egli sostiene che: “..la divinità non ha mai rapporto diretto col genere umano; soltanto per mezzo di demoni ha relazione con noi. Il suo colloquio con gli uomini, così nella veglia come nel sonno, avviene per loro tramite”. Grazie alla loro esistenza nello stato ordinario, quando l'animo non è turbato dai sensi, quando è raccolto in sé stesso lasciando il corpo ai suoi vincoli, è possibile assurgere a quella consapevolezza che ci pennette di cogliere la realtà più profonda. Allora il filosofo, se vuole essere tale, deve necessariamente poter apprendere il linguaggio degli dei, attraverso il mondo di mezzo leggere i segni e le manifestazioni divine, coltivare il contatto e la familiarità con i demoni, comunicare con gli esseri elementali.

Così faceva Socrate, uomo divino e demonico nello stesso tempo. Certo che quando passeggiava per le vie di Atene non passava inosservato. Corpo tarchiato, fortissimo, irrobustito facendo il lavoro del padre (lo scultore), occhi sporgenti e lenti nel movimento, labbra tumide, ventre cascante; dice di lui Nietzsche :" tutto in lui è esasperato, buffo, caricaturale ". Alcibiade paragona Socrate a quei sileni che, nelle botteghe degli scultori, servono da cofanetti dove deporre figurette di divinità. Nella immaginazione popolare sileni e satiri erano demoni ibridi, per metà animali e metà uomini, che formavano il corteo di Dioniso. Di certo dunque non era bello. Piuttosto chiaro di carnagione, manteneva il suo corpo agile e robusto con la ginnastica, come era usanza tra i greci, anche dopo i 50 anni continuava a praticare la lotta e si esercitava regolarmente nella danza dicendo che essa contribuisce a mantenere la salute. Già vecchio apprese a suonare la lira, dicendo che non era per nulla strano apprendere ciò che non si sa. Egli temprava il corpo a resistere ad ogni disagio tanto che nessuno poteva competere con lui nel sopportare le fatiche, marcie e immobilità, fame, sete, caldo e freddo. La sua sola presenza suscitava reazioni contrastanti: ammirazione o antipatia, interesse o timore, trascinamento o paura. Faceva rabbia a tutti a vederlo con lo stesso mantello d'estate come di inverno; in pieno inverno passeggiava a piedi nudi sul ghiaccio quando tutti erano imbacuccati e imbottiti di feltro per resistere al gelo oppure restare tranquillo sotto il sole cocente per nulla preoccupato di cercare un posto all'ombra. Certo che a vederlo sempre scalzo con lo stesso mantello tutto l'anno poteva sembrare misero ma la semplicità del suo tenore di vita non era l'indigenza di chi non riesce a procurarsi ciò che vorrebbe, ma la superiorità di chi ha dominato i propri desideri. Allorquando Antistene rivoltò il suo mantello in modo che fossero evidenti gli strappi, egli rispose: "Attraverso il mio mantello vedo la tua vanità ". Una volta Alcibiade gli offrì una grande area per potersi costruire una casa ma Socrate replicò:" Se io avessi bisogno di calzari e tu mi offrissi il cuoio per farmeli, sarebbe ridicolo che io accettassi". Ed incessantemente si ripeteva quei versi di Giamblico: "Opere cesellate d'argento e abiti di porpora sono utili alla scena del teatro, non alla vita". Un regime alimentare molto frugale e l'esercizio fisico gli conferivano una salute di ferro permettendogli di passare incolume attraverso le numerose epidemie che infestarono Atene in quel tempo.

Ci racconta Diogene Laerzio: << Era solito dire che nel modo più dolce mangiava quando non sentiva il bisogno di companatico e nel modo più dolce beveva quando non era in attesa di altra bevanda: bisognoso di pochissime cose era vicinissimo agli dèi». Una volta gli fu chiesto quale fosse la virtù di un giovane ed egli rispose:" Non eccedere". Si asteneva dai cibi raffinati e dal vino ma sapeva anche dimostrare che ne poteva bere più di tutti alzandosi per ultimo ai banchetti ed alle cene mentre tutti gli altri erano già crollati e cominciare al mattino la giornata come se nulla fosse successo. Durante il giorno Socrate frequentava i mercati: le piazze, i luoghi di incontro, sempre alla ricerca di qualcuno con il quale discorrere, con il quale scambiare quattro chiacchiere. Ma tutt'altro erano che chiacchiere. A contatto con Socrate, che non aveva riguardo per nulla, né ricco né povero, né bello né brutto, tutti si aprivano e si confessavano e per tutti si spalancava consapevolmente o inconsapevolmente un abisso dal quale non potevano più fuggire, un sguardo alla realtà del proprio sé e della propria vita. Dice Alcibiade, nel suo elogio a Socrate: "Chi si mette a sentire i discorsi di Socrate, sulle prime li troverà del tutto ridicoli , parla di asini col basto, di certi fabbri, ciabattini e conciapelli, e pare che ripeta sempre le stesse cose. Cosicché ogni ignorante o sciocco potrebbe ridere di questi discorsi". Banalità degli argomenti ed anche degli interlocutori. Cerca e trova i suoi ascoltatori nei mercati, nelle botteghe, nelle palestre, nei laboratori degli artigiani. È fondamentalmente un uomo della strada. Dice lui stesso di essere un tafano mandato a punzecchiare una bestia pigra per tenerla desta. Su questo era veramente implacabile; quando una persona discorreva con qualcuno e lo vedeva avvicinarsi, sapeva già come sarebbe andata a finire. Dapprima avrebbe cercato di resistergli ma prima o poi avrebbe finito col rendergli conto di tutta la propria vita presente e passata e col confessare di non vivere bene, di essere insoddisfatto di se stesso nell'intimo, di curarsi di tutto fuorché della propria anima, che è la cosa più importante.

L'apparenza esteriore quasi mostruosa, brutta, buffonesca non è che una facciata e una maschera. In lui tutto è dissimulato, ritorto, sotterraneo. Dice Alcibiade: "passa il suo tempo a fare l'ingenuo ed a prendersi gioco della gente ". E' la famosa ironia socratica. Volontariamente entrava in sintonia con il suo interlocutore, assumendone le stesso vedute ed opinioni, per poi portarle alle loro estreme conseguenze evidenziandone le contraddizioni. Spesso nell'indagine il suo conversare assumeva un tono piuttosto veemente: talvolta i suoi interlocutori lo colpivano con pugni e gli strappavano i capelli; nella maggior parte dei casi era disprezzato e deriso ma tutto sopportava con animo rassegnato. A tal punto che una volta, sopportando i calci che aveva ricevuto da un tale, a chi si meravigliava del suo atteggiamento paziente rispose: "Se mi avesse preso a calci un asino, l'avrei forse condotto in giudizio?". Oltre a ciò, pare che Socrate dovette sopportare anche la moglie Santippe, gli antichi la descrivono come un vero flagello. Il suo continuo brontolare sembrava il rumore di un argano inarrestabile tanto che Alcibiade un giorno chiese a Socrate come facesse a sopportarla, e Socrate di rimando:" Anche tu, però, sei bravo a sopportare il continuo starnazzare del tuo pollaio". L'amico rispose:" Ma cosa mi importa, sono galline, mica ci bado". "E anche io faccio finta che Santippe sia una gallina e non ci bado", concluse Socrate. Diceva che con una donna di carattere aspro bisogna comportarsi come i cavalieri con i cavalli focosi: "Come quelli dopo aver domato i cavalli furiosi la spuntano facilmente sugli altri, così anch'io, abituato a convivere con Santippe, mi troverò a mio agio con tutti gli altri uomini".

Una volta Santippe concluse la sua requisitoria rovesciandogli addosso una brocca d'acqua, ma Socrate commentò con ironia:" Lo sapevo già che dopo i tuoni sarebbe venuto l'acquazzone!". Verso i tre figli che ebbe con Santippe, Socrate si dimostrò un buon padre, fiducioso, senza ansietà o preoccupazioni assillanti nei loro confronti. Doveva certo essere difficile per Santippe mandare avanti la famiglia con una rendita minima e vedere il marito fiero della propria povertà, rifiutare i doni, anche cospicui, che gli amici gli offrivano e che diceva di non lavorare perché era filosofo e che quindi aveva una missione da compiere e che doveva passare tutti i giorni a parlare con la gente.

 

Socrate ad Atene: l’incontro con i Sofisti e la sua maieutica

Socrate non si allontanò mai da Atene. Dopo la splendida età di Pericle, Atene andò incontro con le guerre del Peloponneso ad un periodo di incertezza politica e declino. In questa fase, in cui la vita politica si alimentava di impressioni e reazioni immediate e i problemi erano posti in modo astratto e demagogico, Socrate sentì la necessità di restare a fianco della gente la cui vita appariva quanto mai mutevole e priva di punti di riferimento. A questa situazione contribuiva anche l'azione dei Sofisti, filosofi contemporanei di Socrate che credevano di porre rimedio ai mali della città e del singolo attraverso l'esercizio della parola nelle possibilità offerte dalla retorica. I sofisti si presentavano anche come maestri di virtù e criticavano i valori tradizionali formando un movimento razionalistico in cui mito e religione perdevano d' importanza. Socrate li ascoltava con attenzione, apprezzava gli aspetti validi del loro insegnamento ma non sempre poteva nascondere la sua insoddisfazione e la sua diffidenza verso quella gente. Per Socrate la parola non può risolvere alcun problema. A Socrate sembrava che porsi dei problemi meramente retorici fosse un modo per sfuggire a se stessi, cioè fosse un modo per gettare fumo sui bisogni della propria anima e quindi condurre a conclusioni astratte e vane. Ai filosofi naturalisti rispondeva che lo studio delle scienze deve servire solo a risolvere i problemi quotidiani: la geometria a misurare un terreno, l’astronomia a calcolare i mesi e gli anni. Chi si perdeva in problemi intricati poteva riuscire a far intravvedere agli altri delle conoscenze che non possedeva ma in realtà non arrivava a capire gli uomini anzi li allontanava dalla vita. In questo Socrate fu un vero e profondo critico degli intellettuali del tempo. Laddove i sofisti, intellettuali tra gli intellettuali, indicavano una soluzione astratta, Socrate preparava alla vita. Ciò che Socrate ha lasciato in eredità non è un insegnamento ma una vita esemplare. Si può facilmente dire che fu uno dei primi filosofi della vita. La filosofia socratica è assolutamente pratica ed avversa ad ogni conoscenza che non abbia una qualche implicazione nella vita di tutti i giorni e che non sia congiunta a conseguenze di carattere etico.

Diceva di aver ereditato da sua madre Fenarete la maieutica, l'arte della levatrice che sa dare alla luce una vita già presente, ma ancora incompleta. Il compito di Socrate non era fecondare ma guidare le persone alla crescita, al loro sviluppo spirituale. Non accoglieva tutti coloro che desideravo diventare suoi discepoli ma solo coloro che gli fossero destinati ovvero le anime già fecondate. Talvolta il suo demone (ovviamente in senso socratico) gli impediva di ricevere qualche discepolo e quindi era costretto ad affidarlo ad altri maestri. Lo strumento usato da Socrate era il dialogo intessuto di esempi, immagini, casi concreti, i discepoli si sentivano irresistibilmente attratti dalla forza della verità insita nei suoi discorsi; per chi si lasciava prendere dalla verità l'esperienza del dialogo risultava divina, capace di avvicinare gli dèi e i loro sacri misteri come una melodia ispirata. Prima di tutto si trattava di rimuovere le false opinioni: come i medici che purgavano il corpo dagli impedimenti interni prima di somministrare un rimedio, così Socrate, medico dell'anima, distruggeva per prima cosa le false opinioni. Per far ciò egli doveva recitare via via varie parti. Si trattava di far sentire all'interlocutore il suo errore non già rifiutandolo direttamente, ma esponendolo in maniera che la sua assurdità risulti evidente. L'interlocutore non sapeva dove lo avrebbero portato le domande incessanti ed inesauribili di Socrate, ma la loro finalità era quella di portare la posizione assunta nel discorso del suo interlocutore alle estreme conseguenze evidenziandone palesemente ed ironicamente le contraddizioni. E' qui che sopravviene un momento di crisi in cui lo scoraggiamento si impossessa dell’interlocutore aprendosi alla possibilità di rivedere le proprie posizioni e abbracciare qualcosa di nuovo. Non confidando più nelle possibilità di continuare la discussione, il dialogo rischiava di spezzarsi. Allora Socrate interveniva assumendo su di sé il turbamento, il dubbio, l'angoscia degli altri, i rischi dell'avventura dialettica, rovesciando così i ruoli. Ora è Socrate a governare il discorso, padrone di dosare con precisione lo spostamento della coscienza del suo interlocutore nella direzione di una presa di consapevolezza. Alla fine della discussione l'interlocutore non aveva comunque appreso nulla, anzi, si trova in uno stato in cui tutto è stato messo in discussione e dunque privo di ogni certezza. È così che Socrate svolse il ruolo di ostetrico degli spiriti: li assisteva alla loro nascita, ovvero permetteva agli uomini di riconnettersi alla propria parte superiore attraverso una sorta di rinascita spirituale. Egli stesso non creò nulla, poiché, disse più volte, non sapeva nulla ma si limitava ad aiutare gli altri a generare sé stessi.

 

La cura dell’anima e l’oracolo di Delfi

Se Socrate rifiutò di essere considerato un maestro, qui tocchiamo il cuore della filosofia socratica, se si rifiutò di insegnare è perché non aveva nulla da dire, nulla da comunicare per la buona ragione che non sapeva nulla, come proclamò spesso, Non avendo nulla da dire né tesi da difendere, Socrate non poteva che interrogare, pur rifiutando egli stesso di rispondere alle domande. Dice Aristotele: "Socrate assumeva sempre il ruolo di chi interroga, non di chi risponde, perché confessava di non sapere nulla". La sua terapia dell’anima curava anche i cuori più induriti tanto che questi, di fronte al maestro, spesso battevano forte, i loro occhi si riempivano di lacrime e la loro anima era turbata e ansiosa. Ad essi si poneva solo un’alternativa: fuggire o sedere accanto al maestro per tutta la vita. Assieme al maestro si poteva iniziare la via per "conoscere se stessi" e "curare la propria anima"; queste due frasi riassumono tutto l’insegnamento di Socrate.

Per scardinare le false opinioni, dunque, Socrate dovette dapprima attirare verso di se l’interlocutore tanto che talvolta questo veniva trasportato da un affetto sentimentale per il maestro. Ciò che amavano ovviamente non è Socrate persona ma ciò che in Socrate è espressione manifesta di quella perfezione divina che essi aspiravano a raggiungere. Il giorno preciso in cui l’opera di Socrate divenne una missione fu il giorno in cui Cherefonte interrogò  l' oracolo di Delfi per sapere chi fosse l' uomo più sapiente e la risposta fu, come riportatoci da Diogene Larzio :”Di tutti gli uomini Socrate è il più sapiente”. Di fronte a tale responso, Socrate dovette vincere il timore e la paura di divenire odioso ma gli sembrò necessario prendere sul serio la parola del dio ed iniziò così ad interrogare tutti coloro che a quel tempo fossero ritenuti sapienti per verificare se lo fossero davvero nel tentativo di smentire il responso dell'oracolo. Iniziò dunque a parlare con poeti, uomini di scienza, artigiani, filosofi. In tutti però una cosa era comune: presumevano di sapere e questa loro presunzione e finta sicurezza era proprio il loro grande limite. A colloquio con degli scultori di marmo rilevò per esempio che questi si preoccupavano di rendere il blocco di marmo il più possibile simile all'uomo, ma che essi stessi non si curvano affatto di non apparire simili al marmo. Questo è il senso di quel "conosci te stesso" che si leggeva a Delfi. Socrate fu detto sapiente dall'oracolo proprio per la sua consapevolezza di non sapere, ovvero di sentire di essere molto piccolo di fronte alla grandezza di ciò che è divino.

La virtù di Socrate è proprio questa consapevolezza. Ogni vizio, dice Socrate, dipende dalla ignoranza, dall'errore; se questi sono tolti, anche l'azione segue il retto cammino e tende al bene. Ironicamente diceva "...se vi fosse alcuno tale che conoscendo il bene facesse il male, sarebbe certo migliore di chi non conoscendolo, facesse il bene ". Tutto dipende da come viene orientata la propria volontà. Se questa si orienta verso il bene e rinuncia a mete limitate od effimere, come il benessere, la paura ed il successo, così come ai piaceri del corpo, la conoscenza ci porta ad un ampliamento delle sue percezioni aprendoci a dimensioni insospettate.

 

La morte consapevole che si auto impose Socrate

Il sapere di non sapere è alla fine una vera via verso la libertà interiore. Il responso di Delfi e la sua ricerca ininterrotta procurarono a Socrate la fama di sapiente ma gli caddero anche addosso tante inimicizie e calunnie. Talvolta qualcuno si vedeva messo completamente a nudo da Socrate e reagiva male. Erano ormai in molti a provare l'amara sensazione di non poter recitare in pace la loro parte di grandi uomini senza il rischio di essere smascherati, finché c'era Socrate in giro. I suoi nemici e calunniatori riuscirono finalmente a sbarazzarsene trascinandolo in tribunale con la accusa di essere ritenuto colpevole di non riconoscere gli dèi che la città riconosce e di introdurre altre divinità; fu accusato inoltre di corrompere i giovani. Pena richiesta, la morte. Socrate non si scompose. Con la stessa dignità con la quale dimostrò di saper combattere in guerra e resistere fino in fondo nella posizione a lui affidata, guardando superbamente a destra e a sinistra e squadrando calmo amici e nemici, affrontò il processo.

In realtà non si difese, rifiutando peraltro lo scritto che Lisia aveva preparato per lui, esclamando:" Bello il discorso, o Lisia, tuttavia non mi si addice". Evidentemente sapeva più di eloquenza giudiziaria più che di filosofia. E Lisia opponendosi:" Se il discorso è bello, come mai non ti si potrebbe adattare? ", replicò:" Allo stesso modo che non mi si potrebbero adattare i bei mantelli e i bei calzari". Rifiutò inoltre, come era costume in quell'epoca, di portare con sé i famigliari per impietosire la giuria dicendo:" Ho visto gente di una certa fama farlo ed in giudizio fare cose incredibili, come fosse per loro una grande sventura la pena capitale, come se potessero essere immortali se voi non li condannaste. Questi gettano la vergogna sulla città. (….) Sarebbero da condannare questi che inscenano drammi pietosi e gettano il ridicolo sulla città, non chi conserva la propria calma ".

L'accusa di non credere agli dèi venne smentita facilmente dal momento che tutto l'insegnamento di Socrate era volto essenzialmente ad aprire l'uomo alle leggi divine. Nel prendere qualche decisione importante, del resto, si rivolgeva spesso agli dèi per avere il loro benestare. Di questi però ne rifiutava l'eccessivo antropomorfismo di una certa religiosità che si avviava al declino, che trasferiva negli dèi passioni e lotte umane, dicendo che del dio non ci si può fare una immagine. L'accusa di introdurre nuove divinità derivava dal suo colloquio con i demoni. Come gli sciamani e molti iniziati, Socrate parlava spesso con i demoni per trovare consigli o messaggi (nell’accezione socratica, il demone è inteso come una guida interiore, un intermediario tra gli uomini e gli dèi). Questi esseri non erano comunque una novità per la religione greca del tempo. In realtà i suoi accusatori volevano disfarsi con le loro calunnie di un personaggio scomodo e politicamente pericoloso. La giuria, irritata dal suo atteggiamento, lo giudicò colpevole con una maggioranza minima di voti ma se l'imputato si fosse dichiarato colpevole avrebbe potuto commutare la pena nell'esilio o in una forte ammenda. Sull'esilio Socrate rispose:" Se non mi avete sopportato voi, figuratevi in un'altra città. State tranquilli, non ne sarei capace, disobbedirei al dio ". Quanto all'ammenda propose di farsi mantenere a spese pubbliche per il bene che aveva portato alla città ma visto che i suoi amici insistevano perché si multasse propose una cifra irrisoria. La pena capitale ora venne proposta con una più larga maggioranza.

Socrate accettò il verdetto ma volle precisare: " Mi avete condannato perché non ho fatto quelle cose indegne che speravate: pianti e suppliche. Anche in battaglia se si gettano le armi si ha salva la vita, pur di essere disposti a fare o dire qualunque cosa, ma l'infamia corre più veloce della morte ed è più difficile sottrarvisi. Io parto da qui condannato da voi a morte, voi all'infamia e all'ingiustizia dalla verità. Io soggiaccio alla mia condanna, come voi alla vostra. Così forse era necessario che avvenisse ".

La festa delle Dalie, proibendo l'esecuzione di ogni pena capitale finché una nave sacra fosse ritornata da Delo, consentì ai suoi discepoli di organizzargli una fuga. Socrate però rifiutò in nome della giustizia e, con coerenza, accettò una sentenza legittima anche se infamante. Incatenato, attese in carcere con tante serenità tanto che non faceva affatto compassione a vederlo, ma sembrava felice nelle parole e nei gesti come se si preparasse ad una sorte stupenda; gli unici a provare dolore erano i discepoli, consapevoli del fatto che sarebbero rimasti orfani. Questi lo circondavano di affetto e gli facevano le ultime domande: "Cosa possiamo fare per esserti graditi?", e lui rispose: "Abbiate cura di voi stessi "; "E per le esequie ? ", e Socrate: "E' il mio corpo che seppellite, non me, ed il mio corpo seppellitelo pure come vi piace e come vi sembra più conforme al costume ".

Quando stette per bere la cicuta, Apollodoro gli offrì un bel mantello perché in esso morisse; egli disse:" Perché il mio mantello che fu adatto per viverci, non è altrettanto buono per morire ? ".

Alla moglie che gli disse:" Tu muori innocente ", ribatté:" E tu volevi che io morissi colpevole? ".

I suoi discepoli, nonostante tutti gli sforzi, si coprirono il capo piangendo. Socrate li rincuorava: "Che fate, miei cari?(...) Bisogna finire con parole di lieto augurio, comunque state tranquilli e forti". Passeggiò un po' finché il veleno gli irrigidì le gambe e poi lentamente tutto il corpo. Aveva 70 anni. Dopo la sua morte gli ateniesi si pentirono subito, chiusero le palestre ed i ginnasi. I suoi detrattori furono condannati all'esilio; Meleto, il suo principale accusatore, venne condannato a morte ed onorarono Socrate con una statua di bronzo che posero nel Pompeo (la sala delle processioni). Socrate visse dunque la sua vita e la sua morte con coerenza radicale, senza scrivere niente ma lasciandoci sino alla fine un esempio di vita conforme alla sapienza. Non solo. La sua morte ci appare come la più estrema applicazione di un esercizio spirituale al quale Socrate ha aderito fino in fondo: l'esercizio spirituale come preparazione alla liberazione finale. Il completo distacco e abbandono di ogni passione, quindi anche della passione costituita dalla paura della morte fisica, gli permise di attraversare incolume e con animo tranquillo le tribolazioni del processo e la sentenza finale. Se lui avesse ceduto di fronte alla paura della morte fisica avrebbe rinnegato una intera esistenza sacrificata in nome della giustizia e della libertà interiore. Così facendo, mantenne fino alla fine, in maniera esemplare, un comportamento conforme a quanto previsto dall'esercizio della morte, portato alle estreme conseguenze delle contingenze della sua esistenza terrena, ma di una portata tale da lasciare il suo ricordo inalterato nei secoli.

 

Luciano Silva

 

Bibliografia

  • A. Banfi, "Socrate", Mondadori, 1963
  • Platone, "Apologia di Socrate", in "Platone, tutte le opere", Sansoni, 1983
  • Senofonte, "Memorabili", Rizzoli, 1989

 

NOTA:

L'indice completo dei vari capitoli, ciascuno dedicato agli esercizi spirituali e alla vita dei vari filosofi, lo trovi qui (con il link diretto al capitolo pubblicato nel presente sito). Tutti i diritti sono riservati.

  1. Parte 1: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: L'oracolo di Delfi 

  2. Parte 2: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: La Filosofia antica

  3. Parte 3: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Licurgo

  4. Parte 4: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Socrate

  5. Parte 5: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Epitteto

  6. Parte 6: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Diogene "il cane

  7. Parte 7: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Epicuro

  8. Parte 8: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Proclo

  9. Parte 9: L’amore per la saggezza - Esempi di vita ed esercizi spirituali dei filosofi dell’antica Grecia: Pitagora

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Corso di formazione biennale in Sciamanesimo - Livello 1 - 13^ Edizione 2023-2024

Corso di formazione biennale in Sciamanesimo - Livello 1 - 13^ Edizione 2023-2024

13^ Edizione - 18 Febbraio 2023 - Giugno 2024

8 moduli, un weekend ogni 2/3 mesi

Sede Induno Olona (Varese)

Early bird price entro il 31 Dicembre 2022

Chiusura iscrizioni 31 Gennaio 2023.

Posti limitati

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