I confini contano, eccome! - di Luciano Silva
Note al testo di Frank Furedi sul perché l'umanità deve riscoprire l'arte di tracciare le frontiere
11/06/2026
Premessa
Come praticante di sciamanesimo e di Somatic Experiencing® mi trovo talvolta a affrontare importanti tematiche legate al trauma e alle sue conseguenze, nel corpo fisico, energetico, nella psiche e nell’anima. Ciò che caratterizza questa esperienza, a prescindere dalla tipologia di trauma, è la rottura dei propri confini, fisici, psichici o energetici, con inevitabile ricaduta in tutto il nostro sistema psico-somatico e animico. Con lo sciamanesimo si possono recuperare le parti di anima perdute o frammentate e aprire loro la via per il ritorno a casa, con Somatic Experiencing è possibile agire sullo psico-soma rintracciando le ferite lasciate dall’evento traumatico nel sistema nervoso con lo scopo di portare a compimento la risposta alla minaccia rimasta bloccata o interrotta durante l’evento sopraffacente.
Ampliando il concetto di confine dal perimetro individuale a quello collettivo, conosciamo gli effetti delle invasioni di confine, legittime o meno, da parte di un popolo o una coscienza collettiva in un'altra, attraverso abusi, violenze e sopraffazioni, o per una "legittima difesa" o guerre preventive finalizzate a eliminare una presunta minaccia, e gli effetti dei traumi indotti da questi avvenimenti catastrofici che attraversano le generazioni e che possono propagarsi alle generazioni future.
Lungi dall’avere affinità o esprimere preferenze di tipo ideologico, men che meno “politiche” o preconcette, leggo con sorpresa una voce fuori dal coro rispetto all’attuale mainstream ovvero quella del sociologo Frank Furedi nel suo libro “I confini contano – Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare le frontiere” (Meltemi Editore, 2021)1, dove l’analisi del perché i confini contano si estende a uno studio sociologico proprio su quei fenomeni dove l’attuale mainstream, caratterizzato da influenze woke a stelle e strisce di tipo “no border”, “gender fluid” o della “cancel culture”, presentano paradossalmente i suoi limiti ricreando altri confini simbolici al loro interno nonostante la spinta verso una moltitudine globale indifferenziata. Ma, parafrasando quanto dice Hannah Arendt, l’idea di un governo mondiale privo di confini, dove finalmente qualcuno si sente “cittadino del mondo” senza più legami o radici, non rappresenterebbe l’apice della globalizzazione ma la sua dissoluzione.
Smascherare l’apertura
Nella società odierna, sempre più globalizzata, in questa modernità liquida per dirla alla Bauman, sembra che l’idea di difendere dei confini rievochi fantasmi tribali, guerre passate o magari razzismo. Nell’era dell’inclusione a tutti costi, sembra quasi che vi sia in atto una demolizione dei confini che non si limita solo ai confini geopolitici o nazionali ma vi sia una forma di discredito dell’idea di confine in sé, e dunque di limite, al punto che si è consolidata nell’ultimo mezzo secolo una prospettiva che nutre sistematicamente associazioni positive a tutto ciò che ci porta a superare i limiti, ad abbattere muri (la logica “No Borders”), a scavalcare soglie e confini, a rompere i legami, a ciò che fluidifica l’identità, che trasgredisce le regole. L’idea astratta, molto globalista, di diventare cittadini del mondo, senza passato, e dunque senza radici, e di conseguenza, aggiungerei io, senza futuro.
Vi è una sistematica svalutazione di ciò che abbiamo ereditato dal passato, dalle nostre tradizioni ad esempio, dai nostri antenati. La cancel culture è solo l’ultimo di questi deliranti fenomeni volti a giudicare il passato con gli occhi del presente: l’unico tempo che rimane è il presente, è solo nel soddisfacimento di tutti i miei bisogni e desideri attuali che si restringe l’odierna spinta verso il consumo dello spazio e del tempo. Tutto ciò che conta è l’adesso, ma senza passato, ricordiamolo, non vi è futuro.
Il passato va reciso, le tradizionali linee di demarcazione tra:
- uomo e donna, con il superamento dell’identità di genere verso una classificazione quasi entomologa (LGBTQ+) che ricordano gli insetti. Imperversa la politica dell’identità che non fa che tracciare paradossalmente nuovi confini simbolici. Di fatto ogni nuova categoria, qui applicata al genere, crea nuovi confini nei quali riconoscersi e identificarsi.
- adulti e bambini, con bambini che oggi comandano i genitori. Dimenticati i padri e la funzione del pater familias, ora sono loro che decidono cosa i genitori devono o non devono fare, dove o non andare in vacanza, non tocca più al padre proibire ma ai figli.
- pubblico e privato, l’argomento che va per la maggiore nel dibattito contemporaneo e soggetto a sistematica indignazione generale quando un campo invade l’altro e relative conseguenze.
- Esseri umani e animali, con la tendenza a umanizzare gli animali e ad animalizzare gli umani, proiettando su di loro i nostri bisogni o le nostre insicurezze. Rompere i confini tra i regni naturali è pericoloso, la fusione (altro concetto vago che va di moda, tutto oggi è "fusion", dalla musica ai generi artistici ad altro...) va molto al di là di un reciproco scambio basato sulla consapevolezza del nostro ruolo in natura e nel mondo.
- Cittadini e non cittadini, patrioti o non patrioti, locale o non locale.
- Tra noi e la natura. La natura ha delle regole e pone dei limiti (per questo gli ecologisti non parlano di natura ma di “ambiente”, che è un concetto vago e astratto). Se la natura mi ha proibito di avere figli, non mi arrendo, devo superare anche questo limite e prendo un utero in affitto così soddisfo il mio bisogno di maternità o paternità, piuttosto metto al mondo un figlio in provetta, senza il bisogno sapere chi sia il padre o la madre biologica. Un figlio destinato a cercarli in qualche modo tutta la vita.
Sull’accentuazione di opposte polarizzazioni il potere si consolida, il famoso divide et impera di romana memoria è sempre attuale.
La rottura dei legami e dei confini
I nostri confini fisici, energetici, psichici creano uno spazio nel quale ci riconosciamo, identifichiamo noi stessi, il nostro sé. Se li rompiamo, e chi subisce un trauma o un abuso ne conosce le conseguenze, perdiamo il senso del sé perché i confini, così come i limiti della nostra casa, ci permettono di sapere chi siamo, producono e conservano un senso e un significato della nostra esistenza. Paradossalmente chi detesta o trascura i confini collettivi, di una nazione, di un popolo o di una famiglia, resta molto sensibile invece ai confini o ai diritti (meno ai doveri) individuali o di sottocategorie, convalidando la tesi che i confini sanciscono il nostro senso di appartenenza e dunque ciò in cui ci riconosciamo e identifichiamo. La difesa dei confini nazionali è un concetto nazionalista e reazionario, la difesa dei vegani o degli indigeni dell’Amazzonia o di qualche presunta minoranza, sempre in via di estinzione, invece merita ogni rispetto e attenzione. Attenti ai confini altrui, l'esotico si sa tira di più del locale, ma meno dei nostri. Strategia diversiva che testimonia una crisi di identità borderline.
Lo stesso vale per i nostri confini culturali, famigliari, religiosi. Ciascun soggetto individuale, come collettivo, diviene capace di scelte consapevoli solo dopo aver assimilato il proprio passato irrecuperabile, le proprie condizioni obiettive, dopo aver accettato e metabolizzato il proprio destino che ne stabilisce i limiti, dalla finitezza del nostro corpo, mente, tempo e luogo in cui siamo nati e cresciuti.
Anche la famiglia viene oggi bombardata sistematicamente come un qualcosa di retrogrado, in quanto luogo chiuso, confinato appunto, che pertanto si oppone alla società liquida, ai rapporti liquidi, che spalanca le porte a modelli di famiglia allargata, aperta, non più concepita come unità organica o nucleo espressione di una tradizione, di un lignaggio, di una cultura, ma solo come somma di individui dove ciascuno deve avere libertà di sciogliere ogni vincolo di parentela, ruolo o responsabilità.
Si alimenta di nuovo l’idea illusoria che basta rompere un legame, con la famiglia, con il padre, la madre, una cultura, per sentirsi liberi. Ma ciò che escludiamo prima o poi ci insegue e ci possiede. Se facciamo l’opposto pensando di affrancarci da un condizionamento, da una regola o da qualcosa che non ci piace rischiamo poi di replicarne il modello, di fatto non agiamo per nostra natura ma in contrapposizione a qualcun altro o qualcos’altro, e dunque non stiamo rompendo un legame ma anzi lo stiamo riaffermando.
Tutte le infinite scelte che sono già sempre state fatte, e tutte le infinite strade che sono già sempre state prese, affinché ciascuno di noi possa venire alla luce come individuo in una famiglia, in uno specifico luogo, non possono essere cancellate: esse definiscono ciò che siamo. Il confine che riguarda i confini individuali o collettivi, le personalità, le comunità, è ciò che permette l’esistenza. Questo è di fatto il limite posto dal nostro destino al quale dobbiamo arrenderci, o meglio, affidarci.
Esistere è essere determinato e i confini, nelle loro varie accezioni, sono ciò che determina. "Omnis determinatio est negatio" è una massima filosofica di Spinoza che significa "ogni determinazione è negazione", ovvero definire una cosa (determinarla) significa escludere ciò che essa non è, limitandola; Dio, comunque ciascuno lo concepisca o lo nomini essendo l'unica sostanza infinita e assoluta, non può essere determinato perché non ha "altro da sé" da negare, a differenza degli enti finiti che sono modi limitati di quella sostanza e la cui esistenza è definita da ciò che non sono”.
Solo come esistenti determinati possiamo coltivare ciò che siamo e che non abbiamo scelto di essere, entro certi limiti. Se vogliamo stigmatizzare come ingiusto ogni confine e limite, dobbiamo stigmatizzare ogni determinazione ed esistenza. Posso coltivare il talento pittorico o musicale, se ne ho, anche se altri ne sono carenti, o persino se ci sono persone cieche o sorde.
Posso approfondire le potenzialità della mia lingua e cultura, anche se così facendo mi precludo la possibilità di approfondirne altre, e anche se molti altri esseri umani non avranno mai accesso a ciò cui mi vado dedicando.
Se concepisco come ingiustizia ciascuna di queste forme di devozione a ciò che, senza averlo scelto, sono, mi condanno alla più vuota astrattezza nichilistica. E infatti siamo nella era del nichilismo narcisista che proclama l’idea illusoria che sono solo io che posso decidere, a mio piacimento, i miei confini e come superarli o abbatterli. Di conseguenza, e direi inevitabilmente, mi trovo a dover invadere i confini degli altri scatenando un conflitto. Chi non ha percezione dei propri confini non ne ha neanche di quelli altrui e dunque non solo si rende vulnerabile a intrusioni di vario genere ma potenzialmente diventa esso stesso un potenziale invasore.
Questo significa rinchiudersi nel proprio giardino dorato o rifugiarsi in sterili bigottismi o provincialismi? No, ma questa spinta e superiorità data dalla “contaminazione” di razze, culture, religioni ecc..(si ricorre spesso a metafore come fusione, mescolanza, liquidità), sono metafore fuorvianti. La diversità ha un valore se significa comprensione e apprezzamento di qualcosa maturato separatamente, dentro i suoi confini. Perché grazie a quei confini quella diversità si è sviluppata e grazie ai nostri confini ne apprezziamo appunto la diversità e ne possiamo beneficiare del confronto.
Come possiamo dunque includere qualcos’altro da sé nei nostri confini? Espandendoli, non abbattendoli, restando ancorati al nostro centro, alla nostra identità che ci è stata trasmessa dal passato, dai nostri antenati, dalla nostra tradizione, e da quel centro, mantenendoci sempre in connessione con quel centro, con le nostre radici, espandere i confini per confrontarci con l’altro, con ciò che viene dal di fuori, e, se ne siamo capaci, reciprocamente condividere il nostro mondo.
Così si cresce rispettando anche i confini altrui. Il nuovo, il diverso, lo sconosciuto deve essere invitato, non deve occupare abusivamente il presente. L’equilibrio sta nell’unire radicamento e trasformazione. Senza radici non si vola, da nessuna parte.
Io sono in quanto differente da te. Tu sei in quanto differente da me. Resto me stesso anche nel “Noi”, tu resti te stesso anche nel “Noi”. Il “Noi” non può annullare gli Io che lo compongono, senza di essi scomparirebbe anche il Noi. La collettività e i suoi diritti non devono calpestare quelli dell’individuo altrimenti diventa totalitarismo di massa che, come la storia insegna, porta al caos o peggio alla dittatura.
Note
1. Frank Furedi, “I confini contano – Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare le frontiere”, Meltemi Edizioni, 2021.
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