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Articoli e interviste su sciamanesimo e tensegrità Articoli e interviste su sciamanesimo e tensegrità

E poi le stelle danzarono - di Hillary S. Webb

Come sperimentare il Dualismo con le tradizioni sciamaniche del Perù.

16/11/2012

L’articolo è stato pubblicato nell’edizione originale inglese sull’autorevole rivista americana di sciamanesimo “Sacred Hoop” (Issue n.77-2012). Traduzione italiana a cura dell'Associazione Culturale Il Cerchio Sciamanico.

La prima volta che udii la parola “yanantin” fu nel 2000 mentre viaggiavo in Perù per imparare le pratiche sciamaniche di quella regione del mondo.

Vidi un vecchio sciamano che preparava un despacho, un'offerta cerimoniale agli spiriti della terra. Su un grande foglio bianco lo sciamano creò una specie di mandala costituito da una varietà di oggetti simbolici foglie di coca, fiori, confetti, feti di lama e grasso di lama, piccole figurine a forma di scala, di donne con la gonna, di alberi, di stelle e così via.

Ciascun oggetto portava con sé un intento specifico per la guarigione dell'individuo, della comunità e del pianeta.

Uno dei primi oggetti ad essere usati, posto proprio al centro del despacho era una piccola figura che rappresentava un essere umano. La figura era divisa a metà, da un lato colorata di giallo e dall'altro lato colorata di rosa.

“Questo è yanantin”ci spiegò lo sciamano non appena lo pose sul foglio. “Opposti complementari”.

Questa frase “opposti complementari” mi colpì immediatamente. Forse mi richiamò l'attenzione perché illustrava una prospettiva che sentivo essere totalmente in contrasto con la maggior parte dei modelli filosofici del mondo occidentale. Storicamente quei modelli tendevano alla visione che gli opposti sono incompatibili tra loro e dunque destinati ad un eterno antagonismo e scontro per il predominio.

Come dovevo imparare, al contrario, uno dei pensieri più noti e che più definisce le caratteristiche degli indigeni Andini è l'adesione alla prospettiva filosofica basata sul principio spesso chiamato “dualismo complementare”: si crede che l'esistenza dipenda dall'interrelazione, sostenuta dal reciproco supporto, tra le polarità come maschile-femminile, buio-luce, mente-corpo e così via.

 

Molti anni dopo il mio primo viaggio, ritornai in Perù da studentessa di dottorato con l'intento di condurre uno studio oggettivo di etnografia sulle tradizioni, nel quale avrei provato a far luce sulla questione “Qual è l'esperienza psichico-spirituale dello yanantin per gli indigeni Peruviani?”

D'altronde, immediatamente dopo il mio arrivo in Perù per il mio primo viaggio di lavoro sul campo, divenne evidente che i partecipanti alla mia ricerca non mi avrebbero lasciata andare via con il chiarimento di questa idea filosofica complessa nel modo che avevo inteso. Per capire yanantin, mi dissero che avrei dovuto sperimentarlo.

 

Sopra: i tetti di Cuzco.

 

Dopo il mio arrivo a Cuzco, mi accordai per incontrare Amado, un giovane sciamano che era stato istruito da suo nonno nel lignaggio della medicina fin da quando era piccolo.

Desiderosa di iniziare la mia ricerca, al nostro primo incontro subito tirai fuori una penna ed aprii il mio quaderno degli appunti su una pagina bianca. “Come definiresti yanantin?” chiesi ad Amado.

Amado sorrise a ciò e disse “Per rispetto, non definisco yanantin”. E poi aggiunse “Posso consigliarti invece di ricavare le informazioni dall'universo?”

“Ok...ma...come devo fare esattamente?” chiesi, a questo punto, confusa.

Amado mi spiegò che aveva un amico di nome Juan Luis, uno sciamano che aveva lavorato a livello cerimoniale con il San Pedro, un cactus che produce mescalina usato da secoli come elemento dei riti di guarigione in Perù. Se avessi voluto, mi avrebbero portato sulle colline sopra al Cuzco e con l'aiuto della Medicina, avrei ricevuto il mio primo insegnamento.

“La Medicina ti aiuterà a capire yanantin”, mi spiegò Amado. “Ma non solo quello. Ti aiuterà ad essere tu stessa yanantin”.

Alla sera stabilita arrivai alla Plaza presto per noleggiare un sacco a pelo ed un materassino gonfiabile presso uno dei centri per turisti che circondano la piazza.

Avvertivo un lieve nervosismo chiedendomi cosa avrebbe comportato la serata, anche se ora che ho abituato la mente all'idea di farlo, posso dire che il mio nervosismo era più eccitamento che paura. La mente è una cosa divertente, non trovate?

Alla fine scorsi la macchina di Amado e corsi dall'altra parte della strada per incontrare lui e Juan Luis. Il cugino di Amado, Marco, era seduto al posto di guida con Juan Luis al suo fianco come una guardia del corpo. Amado sedeva di dietro. Al primo momento li riconobbi appena. Tutti e tre erano vestiti con il vestito delle cerimonie tradizionali – un poncho colorato con colori brillanti ed il chullo, il cappuccio caldo degli altipiani delle Ande. Non appena le loro teste si scossero per salutarmi, i pompoms attaccati ai loro cappucci oscillarono all'unisono.

“Buona sera Principessa”, mi dissero. Juan Luis uscì dall'auto e mi aiutò a sistemare le mie cose nel portabagagli. Salii vicino ad Amado e tutti e quattro ci dirigemmo verso le montagne e fuori dalla città. Presto fummo fuori dalla città ed attraversammo le terre coltivate della valle situata appena sotto al Cuzco. La terra era rigogliosa e di color verde smeraldo per tutte le piogge dei molti mesi precedenti. In alcune zone il terreno era stato diviso in settori lungo le coltivazioni e si vedeva al di sotto il terreno rosso come sangue vivo. Tutti i colori della terra erano incandescenti contro il cielo all'imbrunire. Mentre guidavamo ascoltavamo una musica di zampogna stile Nuovo-Andino, musica di flauto tradizionale combinata con un tocco elettronico più moderno. Era una strana giustapposizione di vecchio e nuovo e mi piacque. Ogni cosa in quel momento sembrava accentuata, inclusa la mia stessa gioia.

Mi voltai verso Amado che riscontrò la luce nei miei occhi, mi sorrise e mi abbracciò. Come ci abbracciammo gli dissi “Amadocito, non so come sia successo, ma sono felice di essere qui” “Ed anch'io io sono felice che tu sia qui, sorella mia del Nord”, disse, dandomi dei colpetti sulla mano.

 

Più tardi, durante il viaggio chiesi ad Amado “Il San Pedro mi farà stare male come l'ayahuasca?” “No Principessa, la ricetta di Juan Luis è leggera”. Potresti sentire all'inizio il bisogno di vomitare, ma quel bisogno passerà se lo lasci perdere.

Mi passò una bottiglia di acqua e mi disse di berla. Una volta che la cerimonia fosse iniziata, non avremmo ingerito nient'altro che il San Pedro ed era importante che non rimanessimo disidratati.

Dopo mezz'ora che avevamo lasciato Cuzco raggiungemmo la città di Chinceros dove Amado era cresciuto e dove vivevano ancora molti della sua famiglia. Era ormai completamente buio e la strada stretta della città era illuminata solo dalla luce fluorescente dorata che proveniva da un piccolo negozio nascosto in una fila di edifici dai mattoni rossi che delimitavano la strada. Ci fermammo vicino al negozio ed Amado e Marco corsero fuori assieme per fare una commissione.

Mentre aspettavamo Juan Luis ed io parlammo. Gli chiesi della sua vita e mi disse che al momento stava vivendo a casa del suo insegnante e mentore Don Ignacio da cui aveva imparato a lavorare con il San Pedro. Aveva sposato la figlia di Don Ignacio, Claudia. I due avevano un bambino.

 

Marco ed Amado apparvero dall'oscurità con quattro grandi bottiglie di birra e con le braccia piene di legna da ardere e deposero tutto ciò nel retro dell'auto. Continuammo a risalire la montagna serpeggiando lungo i tornanti. Mi sentii grata per l'oscurità che mi rendeva beatamente ignara degli strapiombi che senza dubbio c'erano sotto di noi. Alla fine Marco si fermò in una zona pianeggiante vicino alla strada. Saltammo giù tutti, prendemmo il nostro materiale e ci dirigemmo verso una buca per il fuoco distante circa 50 piedi (15 metri).

Lassù a 13.000 piedi (4.000 metri) sopra il livello del mare è freddo, molto molto freddo. Molti anni prima, mentre facevo trekking sulle Ande trascorsi una notte sulla cima di un ghiacciaio a 16.000 piedi (4.800 metri). A quell'altitudine il freddo non è più neanche freddo; era il tipo di freddo che aveva oltrepassato se stesso, un freddo così freddo che nessun corpo poteva a mala pena registrarlo, un tipo di freddo come quando ad una persona rimane attaccato un cubetto di ghiaccio al dito. Qui sulla montagna a Chincheros comunque, l'aria gelida scavava solchi profondi nelle ossa di ciascuno senza quell'intorpidimento stranamente confortevole che spesso è considerato fatale. Al primo momento pensai che ero solo io a sentirmi così, che semplicemente non ero abituata a quelle temperature, poi però sentii Juan Luis fare una battuta sulla montagna che era il “freezer di Cuzco”.

Amado e Juan Luis iniziarono a preparare il fuoco che, una volta acceso, tolse il gelo che pungeva le ossa. Mi avvolsi attorno al corpo il mio sacco a pelo e mi sedetti vicino al fuoco, guardando ed aspettando. La legna doveva essere umida, per questo, come iniziava a bruciare, crepitava e faceva fumo, producendo flussi di fumo denso. Tra il fumo e l'aria fine i miei polmoni si dovettero tendere per avere sufficiente ossigeno e mi sentii come se qualcuno si fosse seduto sul mio petto. Marco vide il mio disagio. “Non combatterlo” mi disse. “Semplicemente cerca di respirare attraverso di esso”. Alla fine i tre uomini si raccolsero attorno al fuoco e mi fecero cenno di alzarmi in piedi. Juan Luis estrasse dalla sua borsa un contenitore grande di plastica e versò un po' di un liquido denso in una coppa d'argento. Bisbigliando sottovoce dolci preghiere, alzò la coppa verso il cielo, poi verso la terra e poi versò molte gocce sul suolo.

La Pachamama beve sempre per prima.

 

Si portò la coppa alle labbra e bevve tutto il contenuto senza fermarsi. Amado versò il profumo Agua Florida sui palmi di Juan Luis. Juan Luis si sfregò le mani, le battè per tre volte, poi portò le mani al naso ed inspirò profondamente per tre volte. Versò un'altra coppa di San Pedro e la porse ad Amado che poi ripeté lo stesso processo. La terza coppa fu per me. Rabbrividii un poco quando Juan Luis me la mise nella mani. In due ressero la coppa assieme per alcuni secondi quando Juan Luis recitò le preghiere tradizionali: “Pachacamac, Wiracochan, Inti Texymuyuc, Qalla, Pachamama (Ricevete i nostri doni che porgiamo con tutto il cuore. Invoco la divina presenza, il Maestro Jesus, tutti gli Apu, tutti gli Auki. Gli esseri divini, la presenza divina, i sette raggi figli del sole, il lignaggio arcobaleno. Venite, venite, venite qui. Manifestatevi nei nostri cuori, nella sacra medicina. Permetteteci di entrare nei vostri mondi, nel vostro corpo, nella vostra mente, nel vostro essere).

Juan Luis immerse il suo pollice nel liquido e ne sfregò un po' contro la mia fronte dicendo: “Que hace sea, que asì es” (così sia, così è).

Poi fece un cenno con il capo verso di me. “Bevi”.

Ed io bevvi. Il gusto non era poi così male come avevo immaginato che sarebbe stato. Era amaro – si, molto amaro – ma non terribile.

Versò il profumo sulle mie mani e feci come avevano fatto loro trasalendo un attimo non appena il forte profumo alcolico sferzò le mie cavità nasali.

“Principessa”, disse Amado sottovoce dietro di me, “questo è il tuo yanantin”.

 

Tutti e quattro ci distendemmo nei nostri sacchi a pelo e chiudemmo gli occhi, aspettando che il San Pedro facesse effetto.

Passò del tempo. Mi dovetti essere addormentata perché sobbalzai svegliandomi all'improvviso sentendo come se avessi appena ricordato qualcosa di addirittura essenziale, come se migliaia di sogni che avevo fatto e che avevo dimenticato mi fossero tornati alla memoria tutti nello stesso momento. Ci fu un breve momento di consapevolezza e poi svanì. In modo frustrante, svanì.

E poi, al momento successivo, un'altra sensazione mi sopraffece, una sensazione che può essere solo descritta come un dividermi e riunirmi simultaneamente con me stessa. Mentre una parte di me era conscia di avere un forte senso dell'emozione- molte emozioni, anzi, forse anche tutte le emozioni – un'altra parte di me si sentiva completamente distaccata, praticamente senza sentimenti. Era come se potessi contemporaneamente sia osservare le mie emozioni in una maniera totalmente oggettiva sia allo stesso tempo sentirmi pienamente saturata con i sentimenti in maniera totalmente soggettiva - fu estatico e doloroso e tutto ciò che sta nel mezzo.

Udii un fruscio quando Juan Luis uscì dal suo sacco a pelo e venne verso di me. Anche se non mi ero mossa né avevo fatto alcun rumore, in qualche modo lui sapeva che ero sveglia. Più tardi, quando gli chiesi come aveva fatto a sapere che avessi iniziato il viaggio, rispose “Il San Pedro apre ad una connessione che di solito è inconscia. Quella connessione c'è sempre, ma spesso non siamo consci che ci sia”.

S'inginocchiò dietro di me e tenne la sua faccia vicino alla mia.

“Che sentimenti stai provando Principessa? Che pensieri?”

Lottai per trovare le parole, in parte per trovare parole in spagnolo per esprimere cosa stessi sentendo, ma soprattutto per trovare le parole in qualunque lingua per cercare di descrivere la sensazione.

Alla fine dissi “Sono felice e triste nello stesso momento. Ma anche non sento nulla. Nulla completamente. Come può essere?”

Juan Luis annuì come se fosse soddisfatto. “Bene”, disse. “Va bene. Non c'è nessuna contraddizione. Queste sono le fondamenta. Ogni cosa è complementare. Essere tristi ed essere felici sono stati della mente. E' meglio stare nel mezzo. Non troppo caldo, non troppo freddo. Devi trovare un punto di equilibrio. E' come quando ti misurano la temperatura. Se è nel mezzo, stai bene. Cerca di non essere troppo triste o troppo felice. Cerca la pace della mente”.

Versò un'altra coppa di San Pedro e me la porse, mi fece cenno di berla. Dopo averlo fatto, ritornai a distendermi nel mio sacco a pelo guardando i colori della luna. Fu meraviglioso, rosa chiari e verdi ed oro che turbinavano tutti assieme in una foschia sfocata. Come è che non l'avevo mai visto prima? Lo stesso cielo non era niente meno che miracoloso – un cristallo trasparente come una grande cupola posta sopra di me. Quanto incredibili erano tutte quelle serie di costellazioni! Ho mai visto così tante stelle tutte nello stesso momento? E poi, quando le guardai, le stelle iniziarono a muoversi, a danzare. Chiusi gli occhi aspettandomi di ritrovarle ferme una volta che li avessi riaperti, ma anche dopo continuarono a schizzare nel cielo come lucciole. Fui invasa dalla gioia. Mi sentii come se fossi stata ammessa al segreto più profondo dell'universo – che le stelle si muovono quando non c'è nessuno che le guarda.

E poi allo stesso tempo che le avevo viste danzare, ammirando questa rivelazione con i miei stessi occhi ben aperti c'era una parte della mia mente che sapeva che non era reale, che era un'illusione creata dal San Pedro, che le stelle in realtà non si spostavano. Per quanto volevo che si muovessero, tanto quanto volevo che fossero coscienti e vive e piene di gioia, un'altra parte di me mi ricordava che ciò non poteva essere possibile.

D'altro canto se mi fossi voltata ancora verso di loro, le stelle si sarebbero mosse in ogni caso, nonostante l'insistenza della voce logica.

E poi avrei voluto sapere ancora una volta, se magari si muovevano davvero...non si muovevano...si muovevano....non si muovevano...nonostante tutto. Quale era la realtà? Entrambe le versioni sembravano reali e mentre da un lato mi sentivo euforica, allo stesso tempo ero preoccupata che la mia mente si dividesse in due sotto al peso della contraddizione.

Si muovevano o non si muovevano? Era reale o non era reale? La tensione creata nella mia consapevolezza da questi due pensieri opposti raggiunse un livello di massa critica...tutto quello che stavo pensando poteva essere troppo da sopportare. Ma poi, improvvisamente, nello scontro per il predominio, i due pensieri sembrarono consumarsi vicendevolmente. Fu allora che capii. Erano validi entrambi. Le stelle sia si muovevano, sia non si muovevano, tutto allo stesso momento. In quell'istante accettai pienamente ed incondizionatamente il movimento delle stelle ed il non-movimento come realtà eguali senza domande o dubbi o il desiderio di uno o dell'altro.

E poi, un altro momento Eureka!.

Per anni avevo cercato di capire la teoria della fisica quantistica del gatto di Schroedinger. Il gatto di Schroedinger è un esperimento mentale che illustra come a livello subatomico le leggi dei fisici Newtoniani – su cui sono basati i principi della non contraddizione – cessano di essere valide ed i paradossi abbondano.

Qui, avvengono e non avvengono allo stesso tempo eventi subatomici.

La teoria del gatto di Schroedinger propone uno scenario in cui un gatto vivo viene posto in una camera d'acciaio con una fiala di acido velenoso ed una piccola quantità di materiale radioattivo. Uno strumento è tarato in modo che se anche un solo atomo della sostanza radioattiva si danneggia un martello rompe la fiala di acido ed ammazza il gatto. Dal momento che la scatola è sigillata, la persona che osserva l'esperimento non può sapere se o quando la fiala sia stata rotta.

Secondo le regole che hanno detto di applicare a livello quantistico, dal momento che non possiamo sapere quale risultato si sia realizzato, si arriva ad un punto in cui il gatto è contemporaneamente sia vivo che morto.

Ciò ci pone dinnanzi alla domanda: “Quando un sistema quantistico smette di esistere come miscela di stati ed inizia a divenire l'uno o l'altro? Secondo la maggior parte dei fisici quantistici è solo dopo che noi, come osservatori consci, apriamo lo scatola e guardiamo dentro in che stato è il gatto, se sia morto o vivo. Questa situazione a volte è chiamata l' “indeterminazione quantistica” o il “paradosso dell'osservatore”.

Quest'intero concetto non ha mai avuto senso per me né a livello logico né a livello intuitivo. Ma ora, fissando le stelle e testimoniando il loro eguale movimento e non movimento, capisco come possa esserci una teoria del genere.

Il gatto di Schroedinger è morto!

Il gatto di Schroedinger non è morto!

Le stelle si muovono quando non c'è nessuno che le sta guardando!

Le stelle non si muovono...mai!

Morto! Non morto!

Si muovono! Non si muovono!

Era così! Yanantin.

 

Attratta da questa visione, la vita prese un nuovo significato per me. Mi diventò chiaro quanto troppo tempo e troppa energia venivano sprecati nel tentare di determinare cosa fosse vero o falso; se noi persone siamo meravigliosi o terribili, splendidi o selvaggi; o, più su un piano personale se io stessa sia amabile o totalmente non amabile. Questi ruoli che creiamo per noi stessi, il divino ed il demoniaco...a che punto smettiamo di esistere come una miscela di entrambi e diventiamo l'uno o l'altro? Accade quando siamo nel processo di auto-osservazione di noi stessi, di auto-revisione per cercare di capire se noi siamo una cosa o l'altra ed agiamo di conseguenza.

Ero elettrizzata. Dovevo raccontarlo a qualcuno, in modo che solo così non l'avrei dimenticato. Amado era addormentato, russava dall'altra parte del fuoco. Cercai di spiegarlo a Juan Luis, ma nell'eccitazione il mio spagnolo fu tutto confuso e tutto quello che ne venne fuori fu una frase senza senso “Un gatto! Nella scatola! Ed un martello! Il gatto è morto e non è morto!”.

Anche se devo ammettere che stava cercando di prendermi sul serio, Juan Luis scoppiò in una risata. Anch'io iniziai a ridere. Sentendomi estasiata tornai a sdraiarmi e provai a far muovere ancora le stelle, ma esse non si mossero. Il momento era passato, sebbene l'insegnamento permanesse.

 

 

Alla fine mi addormentai e la volta successiva che mi svegliai era già mattina. Mi sedetti nel mio sacco a pelo, allontanandomi i capelli dagli occhi e strizzando gli occhi alla luce del sole. Dal momento che era buio la notte precedente quando eravamo arrivati, non avevo visto nulla oltre alla cresta dove ci eravamo accampati e lì, alla luce del mattino, la vista mi tolse il fiato. Direttamente di fronte a dove eravamo noi c'erano le cime innevate di Apu Veronica, Apu Wakawillka ed Apu Chicon. Sebbene lontanissime erano sagome così imponenti nello scenario che in quel momento ebbi la comprensione di una forma di consapevolezza che le considerava non solo come entità viventi, ma come signori e divinità. Fu naturale stare semplicemente seduta a guardarle con lo sguardo fisso, totalmente incantata dalla loro esistenza.

Lentamente Amado, Juan Luis e Marco iniziarono ad emergere dai loro sacchi a peli umidi di rugiada. Tutti e quattro ci raccogliemmo attorno al fuoco che ora covava sotto la cenere. Amado estrasse un bicchiere dal suo zaino ed aprì una delle bottiglie di birra. La fece circolare, ognuno di noi beveva sorsate fino a finire il bicchiere e poi lo passava alla persona successiva. Un'ora più tardi finimmo tutte e quattro le bottiglie di birra. Mentre stavo lì aspettando il mio turno per bere mi pettinai i capelli con le dita e trovai il mio primo capello bianco. Lo mostrai loro. “Un capello bianco è un segno di saggezza” disse Juan Luis con un sorriso canzonatorio.

“Ma ce n'è solo uno!” risi.

“Si”, disse Amado, “ma è un inizio”.

 

Un mese più tardi lasciai il Perù e ritornai a casa con più di 100 pagine di annotazioni prese sul campo e più domande che risposte. Non molto tempo dopo il mio ritorno a casa, feci delle letture sulla cosmologia Andina e mi imbattei nella parola Quechua “chaupin” o “chawpi”.

Il professore antropologo Tristan Platt traduce “chaupin” o “chawpi” col significato della “regione di mezzo” o della “zona intermedia”. E' descritto come un punto centrale in cui convergono due elementi. E' inteso come un punto, come sembra indicare la letteratura, in cui viene neutralizzata l'iniziale opposizione di elementi contrapposti. Durante una conversazione che ebbi con un famoso antropologo peruviano, mi indicò che per far si che accada una relazione di yanantin “C'è bisogno di un chawpi, un elemento mediano, intermedio che funga da unificatore tra i due. Un asse... Esso separa allo scopo di unire. Chawpi è il mezzo, è l'interazione tra i due”.

La descrizione di “chaupin” o “chawpi” non è differente dalla descrizione del “nirdvandva” (liberazione dall'illusione degli opposti dualistici) data dalla concezione Hindu-Buddista o ciò che Alan Watts descrisse nel suo libro “Two Hands of God” come “uno stato di consapevolezza che deve essere ricercato nell'intervallo tra due pensieri”.

Allo stesso modo lo psicologo Carl Jung, nella sua cartografia della psiche, scrisse riguardo al “punto intermedio” (della personalità) come “qualcosa indescrivibile” in mezzo agli opposti o qualcos'altro che li unisce o il risultato di un conflitto oppure la risultante di una tensione energetica.

 

Era quello che avevo sperimentato guardando le stelle quella notte? Il raggiungimento di un punto intermedio in cui i due pensieri si incontrarono e poi finalmente risolsero la tensione entrando in uno stato in cui entrambe le possibilità – il movimento delle stelle o il loro non-movimento- avrebbero potuto coesistere simultaneamente?

Forse si. Sebbene non possa dire di sicuro cosa fosse successo, gli effetti psicologici di quell'esperienza furono profondi. Nei giorni e nei mesi successivi mi ritrovai ad approcciare il mondo e la mia stessa esistenza in un modo differente.

Più di tutto fu una mancanza di attaccamento ai miei stessi pensieri e giudizi. Oltretutto neanche a quelli di chiunque altro. Se ne andò il bisogno di determinare in ogni singolo momento cosa fosse “giusto” e cosa fosse “sbagliato”.

Notai che durante questo periodo i miei rapporti con le persone furono più semplici e spesi molta meno energia a prendere in considerazione i dettagli più piccoli della mia stessa esistenza. Se il mondo fosse meraviglioso o barbaro o se io fossi meravigliosa o barbara, non aveva molto senso. Questi aspetti ora coesistevano in un modo in cui non avrebbero potuto coesistere prima. E mi sentii molto bene.

 

Nel suo libro “The spirit of Regeneration” Frédérique Apffel Marglin scrisse “L' Andino non contempla il sorgere di una particolare costellazione in una particolare regione all'orizzonte come un atto unidirezionale da una sola parte...piuttosto vive l'esperienza come se la costellazione e la sua contemplazione fossero unite in una conversazione.

Queste conversazioni portano alla saggezza anziché alla conoscenza; la saggezza deriva dall'interfaccia corpo-mondo; non è una “conoscenza” intellettuale, concettuale o simbolica o basata su “credenze” proprie della mente.

Leggendo questo, capii immediatamente cosa intendesse Amado quando mi disse che avrei dovuto “raccogliere le informazioni dall'universo”.

Attraverso l'esperienza con il San Pedro divenni “unita in conversazione” con l'universo non metaforicamente, ma a livello davvero letterale. Fu così che giunsi a “comprendere” yanantin in un modo che avrei potuto integrare -anche se solo in piccola parte- e ciò cambiò il senso psicologico di me stessa in un modo veramente profondo.

 

 

 

Questo articolo è un riadattamento estratto dal libro “Yanantin and Masintin in the Andean World: complementary Dualism in Modern Peru” di Hillary S. Webb PhD.

 

Hillary S. Webb PhD. é l'ex direttore generale di “Anthropology of Consciousness”, la rivista paritetica della Society for the Anthropology of Consciousness. Avendo ottenuto il diploma in giornalismo all'università di New York, la dottoressa Webb proseguì conseguendo il diploma di Dottore in Consciousness Studies presso il College Goddard ed il dottorato in Psicologia all'Università Saybrook. E' l'autrice di “Exploring Shamanism”, “Traveling Between the Worlds: Conversations with Contemporary Shamans” e “Yanantin and Masintin in the Andean World: complementary Dualism in Modern Peru”. Vive nel sud del Maine, USA.

hillary@hillaryswebb.com

www.hillaryswebb.com

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