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Articoli ed interviste > Abbandonarsi al divino - di Amalia Rubin

La trance è parte integrante dello sciamanesimo, ma i pericoli ad esso associati spesso non si conoscono pienamente in Occidente. Un reportage da una esperienza in Mongolia.


Questo articolo è stato pubblicato in Sacred Hoop Special Issue 102-A 2018 su gentile concessione.

Traduzione italiana a cura dell'Associazione Culturale Il Cerchio Sciamanico.


 

Trance: nella cultura occidentale questa parola racchiude un che di romantico. In inglese “being entranced” (essere affascinati, incantati) ha una connotazione romantica, l'idea della trance è pacifica, bella, desiderabile. Esiste persino un genere musicale con questo nome. È anche uno degli strumenti più importanti nel Böö Mörgöl, più comunemente noto come Sciamanesimo Mongolo, è lo stato di coscienza in cui entra lo sciamano, grazie al quale poi lo spirito può entrare nel suo corpo.

Quando lo sciamano entra in trance, il suo spirito lascia il suo corpo per far spazio ad un altro spirito. Questi spiriti, amorevolmente chiamati “Grande Madre” o “Grande Padre”, utilizzano il corpo dello sciamano come mezzo per poter dare voce e l’abilità di lavorare con coloro che sono venuti a parlare a loro. A molti, questo stato potrà sembrare quasi romantico: perdere il controllo, abbandonarsi completamente lasciando che il divino compia tutto. Ma la realtà è ben più complessa. Vorrei condividere con voi alcuni stati di trance a cui ho assistito in Mongolia. Per preservare la privacy tutti i seguenti nomi sono di fantasia.

 

 

TULGA E LA TRANCE

All'inizio non sembrò esserci nessun problema. Lo spirito Grande Madre sembrava più stanca del solito, ma era comprensibile visto il gran numero di persone in quella giornata con cui aveva lavorato per poter portare guarigione.

Avevo già visto diverse volte Tulga lavorare sciamanicamente. La Grande Madre è fra i gli spiriti primari con cui lavora, è conosciuta per l'abilità come massaggiatrice tradizionale e per gli effetti terapeutici dei suoi massaggi. Quel giorno era presente l'intera famiglia per vedere la Grande Madre. Ha effettuato dei massaggi molto intensi su diversi componenti, me compresa. Verso la fine, era visibilmente esausta.

Il lavoro sciamanico era finito per quel giorno, era giunto il momento di lasciar tornare Grande Madre in cielo, e far ritornare lo spirito di Tulga nel suo corpo. La moglie di Tulga diede a Grande Madre il nuovo “hingirig” (tamburo sacro), che venne inaugurato e usato per la prima volta proprio quel giorno. L'hingirig è il destriero su/con cui cavalca lo sciamano durante il viaggio sciamanico; ed è anche l'arco che proietta l'anima dello sciamano nei cieli. Ma in quel momento Grande Madre era talmente stanca da non riuscire nemmeno a stare seduta con la schiena dritta, in una posizione che le consentisse di suonare il tamburo, così chiese di poter essere aiutata nel tenere il battacchio ed anche il tamburo. Non avevo mai visto nulla di simile prima. Ero preoccupata che la persona che le stava dando una mano con il tamburo potesse non riuscire a raggiungere lo stesso ritmo e  intensità con cui Tulga suona normalmente per richiamare gli spiriti da e verso il cielo, ma tutti avevamo fiducia nel fatto che la persona accorsa in suo sostegno sapesse cosa stava facendo. L'aiutante avvolse la sua mano attorno a quella dello sciamano, lo aiutò a posizionare adeguatamente il tamburo contro la sua testa e iniziò a suonare.

Inizialmente il ritmo era debole e titubante, ma dopo qualche minuto, lo sciamano si animò ed iniziò a suonare da solo, quindi l'aiutante lasciò la presa così da consentire all'energia e al naturale carisma dello sciamano di prendere il controllo ed entrare nella trance estatica del battito del tamburo.

Il suono del tamburo raggiunse un livello frenetico, per poi finire con dei battiti fiacchi e lo sciamano che lo lascia cadere a terra. Questo era quello a cui eravamo abituati ad assistere.

L'aiutante si affrettò nel togliere il tamburo dalla debole mano di Tulga, e rapidamente anche la maschera rituale dalla sua testa. Stavamo aspettando che lo sciamano desse segno di ripresa, sapendo comunque che riprendersi dalla trance richiede qualche attimo. “Tulga, Tulga” lo chiamò gentilmente la moglie. Nessuna risposta. Oogi, il figlio di 2 anni di Tulga, corse verso di lui gridando “Aawa”(papà) con quell'eccitazione tipica dei bimbi della sua età, felice che il padre fosse tornato dai cieli. Il suo tono si fece interrogativo, poi preoccupato ed infine quando Tulga ancora non dava alcun segno di ripresa, il piccolo iniziò ad andare in panico. A quel punto ci alzammo e ci avvicinammo preoccupati. “Tulga” lo chiamò di nuovo sua moglie, dandogli delle leggere pacche sul viso. Nulla. Qualcosa non andava.

Uno dei fratelli più anziani si affrettò nel portare fuori dalla stanza i bambini. Chiuse la porta e vi si parò davanti. Oogi, non capiva cosa stesse accadendo e passava continuamente da un pianto isterico ad uno più confuso e incerto.

Una sorella spense la luce, ed un altro fratello prese il “bardag” (un grosso bastone usato per colpire e purificare) dello sciamano e batté con forza sulla sua schiena per tre volte. Trasalii. Sono stata colpita due volte con un bardag. Dopo la prima volta, non sono stata in grado di dormire sulla schiena per quattro notti, e potevo vedere con i miei occhi che il fratello di Tulga non ci stava di certo andando con la mano leggera. Ancora nulla. Questa era una vera e propria crisi, Grande Madre se n'era andata ma lo spirito dello sciamano non aveva fatto ritorno. Non sapevamo il perché; se era perché si fosse perso, o persino peggio.

 

Uno dei pericoli spirituali più grandi dello sciamanesimo è la perdita dell'anima. Tutti in Mongolia hanno sentito parlare di Sciamani crollati morti, se qualcosa era accaduto alla loro anima mentre si trovava fuori dal corpo. L'aria nella stanza si era fatta elettrica a causa della paura, ma ben più forte della paura era il senso di urgenza, di motivazione e determinazione. Mi spostai di lato, mentre la moglie dello sciamano si toglieva il copricapo che le era rimasto attaccato alla spalla –  era finito lì prima quando venne scagliato velocemente – e lo misi di nuovo, con qualche difficoltà visto il suo collo floscio, sulla testa di Tulga. La moglie di Tulga disse ad un fratello di prendere il tamburo, mentre due uomini lo presero di peso, lo raddrizzarono, forzando il battacchio ed il tamburo nelle sue mani prive di vita. Ci vollero diversi tentativi per riuscire a tenerlo in modo che il tamburo non cadesse. Forzarono il tamburo contro la sua testa, ed un fratello muoveva la mano di Tulga contro il tamburo. Ancora, ancora e ancora cercando di farlo tornare. Ma non accadeva nulla.

Le persone presenti e la famiglia tenevano lo sciamano e lo facevano muovere al suo posto, giacché era come una bambolotto privo di vita. Dopo alcuni minuti carichi di tensione lo sciamano improvvisamente si rianimò ed iniziò a suonare da solo. Facemmo tutti un passo indietro, lasciandolo fare,  e aspettammo con ansia. Il suo suonare il tamburo sembrò aver preso un ritmo “normale”, più veloce, poi più calmo e poi i colpi finali. Crollò di nuovo in avanti ed il tamburo cadde. La moglie spostò il tamburo e gli tolse il copricapo. Chiamò il suo nome. Tulga alzò debolmente una mano sul suo viso, coprendosi gli occhi, gemendo in segno di riconoscenza.

 

L'incidente di Tulga mi ha sconvolta nel profondo. Fin dall'inizio del mio lavoro in Mongolia, sapevo dei pericoli in cui può incappare uno sciamano, ma come molti in questo campo, avevo una visione piuttosto romantica della trance. Avevo sentito diverse storie di sciamani che avevano perso l'anima o che erano persino morti durante la trance, ma non avevo mai realmente portato questa cosa fino nel profondo del mio cuore.

Mentre guardavo Tulga e ricordavo il pungente, martellante dolore che il bardag mi aveva provocato alla schiena, realizzai quanto ero stata ingenua. I lividi lasciati dal bardag sulla mia schiena dopo il tipico rituale erano tesi e neri, come quella volta in cui sparai un colpo con il fucile senza tenerlo saldamente contro la spalla ed accusai il contraccolpo sul braccio. Dopo il rituale con il bardag non fui in grado di sedermi comodamente su una sedia per giorni. Vidi altre persone che durante il riturale furono colpite fino a sanguinare, eppure Tulga non si era nemmeno mosso dopo essere stato colpito. Il momento di trance era per me una parte normale della mia ricerca sciamanica, ed assistere ad uno sciamano entrare in trance era un evento piuttosto standard. Ogni giorno vedo Sciamani entrare ed uscire dalla trance, è una cosa normale, a volte si persino noiosa. Era parte dei rischi di questo lavoro.

Nuovi e inesperti Sciamani, naturalmente sono più inclini a trovarsi confrontati con questi problemi, ed è per questo che generalmente operano in un ambiente più controllato, ma gli incidenti possono occorrere a qualsiasi sciamano.

La normalità della trance con i suoi pericoli intrinsechi, spiega perché la Mongolia non affascini e non attiri molti praticanti di trance, in ogni sua declinazione. È risaputo a tutti che la trance è dominio degli sciamani, e che devono saper accogliere e affrontare tutto ciò che ne deriva.

Il rischio in cui si può incappare resta una delle ragioni per cui nessun Mongolo desidera di sua spontanea volontà diventare uno sciamano. A volte persino chi viene chiamato dagli spiriti è restio a rispondere alla chiamata, preferendo una vita più normale e sicura. I pericoli, le difficoltà, i vincoli a cui può essere sottoposto uno sciamano non sono di certo caratteristiche che attirano chi conosce gli aspetti più duri di questo mondo. Ho incontrato e intervistato più di 30 sciamani, e di questi soltanto uno aveva sempre desiderato diventare uno sciamano ed era felice di aver ricevuto questa chiamata. Il resto è rimasto preda, per mesi, a volte persino per anni, della paura, del non sentirsi degni, della sfiducia, prima che la chiamata si facesse così forte da non poter non essere accolta. Ma ogni tanto accade anche gli spiriti si rifiutino di aspettare.

 

 

QUANDO ANKHAA CADDE

Era giunto il momento di terminare il lavoro sciamanico per quel giorno.

I suonatori di “morin huur” (violino con la testa di cavallo) iniziarono a suonare, e Bayar, lo sciamano, terminò il suo lavoro accasciandosi a terra per riprendersi dal viaggio.

Improvvisamente sentimmo un tonfo. Alzammo lo sguardo e vedemmo che Ankhaa, uno dei musicisti, era collassato al suolo e respirava in un modo totalmente innaturale, la sua mano inanimata ancora stringeva l'ormai frantumato archetto.

Tutto questo accadeva in una meravigliosa giornata estiva mentre stavamo celebrando il terzo anniversario di una sciamana. Era entrata in trance, e avevamo celebrato con i suoi spiriti Grande Madre e Grande Padre. Scattammo diverse fotografie per celebrare il suo traguardo e per ringraziare gli spiriti per aver vegliato su di lei. Offrimmo loro del vino, latte, liquore e loro ci fecero dono di consigli e benedizione.

Ora si stava facendo sera, il sole stava per tramontare. Gli sciamani stavano sistemando le loro cose, e noi li stavamo aiutando nel mettere via il loro costume che pesa più di 40 kg. La giornata era giunta a termine. Poi Ankhaa si accasciò.

Fu chiesto ai  morin huur di spostarsi, e lo sciamano iniziò a dare dei colpi sulla schiena di Ankhaa con le nappe del suo copricapo.

Tsetseg, un'altra sciamana mi disse che questa era la manifestazione di un malore sciamanico. Era posseduto, senza però avere nessun controllo. Il suo respiro e i suoi movimenti avevano un che di animalesco. Continuava ad aggrapparsi e a strappare l'erba dal terreno. Dopo un paio di attimi passati a dargli delle pacche sulla schiena, sembrò riprendersi. Barcollò fuori dal cerchio per dirigersi verso l'area picnic, dove poter passare un momento da solo, dopo quella che, presumibilmente, era stata un'esperienza alquanto traumatica. Alcuni amici lo raggiunsero.

Bayar mi chiese se avessi avuto paura, dissi che non ero spaventata, ma preoccupata. Avevo già assistito ad avvenimenti simili, quando ero un'adolescente in Tailandia. Stavamo chiacchierando e Bayar si stava rilassando quando improvvisamente si scatenò il trambusto. Le persone urlavano chiamando Bayar che si alzò immediatamente e accorse.

Ankhaa era di nuovo in trance. I suoi movimenti erano incredibilmente forti e ci vollero tre uomini grandi e grossi per riuscire a trattenerlo.

Bayar, Khishgee e un altro sciamano fecero tutto quanto in loro potere per far uscire lo spirito dal corpo di Ankhaa, ma nulla sembrava funzionare.

Bayar si precipitò velocemente nel cerchio dove ricominciò il lavoro sciamanico, sperando che il suo spirito potesse intervenire direttamente e fornire il suo aiuto.

A questo punto, Ankhaa ritornò brevemente in sè. Chiese che gli fosse tolta la camicia, sudava, piangeva e provava dolore, urlava il nome di Bayar in un pianto agonizzante. Lo rassicurammo, spiegandogli che Bayar stava “lavorando” per aiutarlo.

Ankhaa stava lottando per riprendere e mantenere il controllo di sè, ma collassò e lo perse di nuovo. Lo spirito era tornato, attorno ad Ankhaa c'era un enorme cerchio di terra causato dalla trance in cui era entrato che gli faceva strappare l'erba ed i fiori. I suoi movimenti erano talmente forti e violenti che più tardi scoprimmo si era rotto addirittura il pollice.

Quando lo spirito se ne andò brevemente ed Ankhaa collassò per un minuto, tre uomini lo presero di peso e lo trascinarono nel cerchio. Bayar stava lavorando sciamanicamente ed il suo spirito Grande Padre era presente. Ankhaa fu bendato e posto di fronte a lui. Lo spirito che si era impossessato di Ankhaa non si calmava a sufficienza in modo da potersi rendere collaborativo, Grande Padre e un aiutante dovettero colpirlo diverse volte. Rabbrividii quando vidi comparire delle linee scarlatte sulla sua schiena già provata dai molti colpi ricevuti in precedenza.

Finalmente riuscirono a posizionare correttamente la benda sui suoi occhi e a farlo sedere su dei cuscini.

Grande Padre tentò di parlare allo spirito che si era impossessato di Ankhaa – che finora si era manifestato solamente con versi e comportamenti animaleschi – e cominciò a parlare con rabbia, con un tono ed una voce non appartenenti a questo mondo.

I genitori di Ankhaa, buddisti tibetani e devoti seguaci della setta Gelupa, una delle più severe e rigide, nutrivano particolare disprezzo per lo sciamanesimo e rifiutavano di propiziarsi gli spiriti della famiglia. Da 3 anni Ankhaa era afflitto da questo spirito, che si presentava con grande violenza richiedendo attenzione.

Grande Padre riuscì a parlare con lo spirito, sembrava lo stesse rimproverando. Non potrei affermarlo con certezza in quanto ero troppo ipnotizzata da tutta la situazione per chiedere all'interprete di tradurre.

Dopo una lunga conversazione, diedero un tamburo allo spirito di Ankhaa, che fece ancora qualche richiesta e poi se ne andò accompagnato dal suono del tamburo, lasciando Ankhaa collassato al suolo, sulla schiena, singhiozzante. Trascorso qualche attimo, mentre cercava di riprendersi con il conforto e la presenza di Bayar e Khishgee, corse fuori dal cerchio alla ricerca di un posto tranquillo dove poter piangere in solitudine.

Aiutai a riordinare alcuni degli oggetti sacri nel cerchio e gli amici di Ankhaa recuperarono la sua camicia e la sua giacca.

Bayar lo raggiunse e si sedette con lui a parlare. Il pover’uomo singhiozzava in modo incontrollabile, maledicendo la sua situazione e la sua sfortuna. Khishgee si aggregò ai due, in quanto anch'egli aveva già sperimentato in precedenza una trance involontaria.

Li lasciammo tranquilli per un po', ma quando sentii che Ankhaa si era calmato, li raggiunsi e parlai con lui. Aveva gli occhi rossi, ma sembrava stare molto meglio.

Gli chiesi se si sentisse bene e gli massaggiai la mano che era ancora rigida. Riuscimmo persino a scherzare un po' e a farlo ridere.

Mi porse le sue scuse per lo spettacolo, risi e chiesi per che mai dovesse scusarsi. Gli mostrai un video, che avevo sul mio telefonino, di una trance involontari in Tailandia, dicendogli che era una cosa a cui avevo già assistito, non mi ero spaventata e lo rassicurai che era tutto a posto. Iniziammo a vedere qualche sorriso comparire sul suo volto.

Alla fine, si alzò ed esclamò in inglese “what the fuck?!” (ndt. espressione piuttosto colorita, che assume vari significati a seconda dell'uso, in questo caso la si potrebbe tradurre semplicemente con “e che ca**o”), scoppiammo tutti a ridere. “ebbene sì”, dissi, “what the fuck?!”.

 

 

Note sull'autrice

Amalia Rubin ha completato il suo master di ricerca dell'Università di Washington sulla rinascita delle tradizioni indigene nell'Asia Centrale, concentrandosi sulle tradizioni Gesar in Kham e Böö Mörgöl in Ulaanbaatar in Mongolia.
Attualmente vive a
Ulaanbaatar come un insegnante di inglese e nel consiglio di amministrazione di una organizzazione no-profit mongola. 
Amalia sta continuando la sua ricerca sulla rinascita di Böö Mörgöl in

Ulaanbaatar e spera di poter finalmente scrivere la sua ricerca in un libro.

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